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Nomadelfia in Tanzania: ne parliamo con Zeno

Che belli che sono gli stati di whatsapp! Ci fanno curiosare nella vita degli altri ma soprattutto restare vicino ad amici, come Zeno, che sono a migliaia di chilometri per rispondere a una chiamata, per vivere la propria Missione. Zeno è in Tanzania da quasi sei mesi dove sta nascendo un gruppo famigliare di Nomadelfia. Ne parliamo con lui in questa breve intervista:

Nomadelfia sta aprendo un gruppo familiare in Tanzania: a che punto siamo? Perchè la Tanzania?

Il gruppo familiare nasce da una richiesta ed un invito da parte dell’Abate di un monastero benedettino situato a ovest della Tanzania, a Mvimwa.  Lui rimase edificato, durante una visita in Italia, nel vedere la nostra comunità e ci chiese di venire qui nella certezza che un esempio di fraternità tra famiglie sarebbe stata una proposta molto positiva per le famiglie dei villaggi che stanno intorno al monastero. Così dopo alcuni anni di preghiera, riflessione e approfondimenti abbiamo preso la decisione di costruire un gruppo familiare. Quindi l’anno passato sono venuti i primi nomadelfi per intessere relazioni e avviare i lavori e da allora c’è stata una presenza costante di persone della nostra comunità. Siamo quindi ad una fase embrionale ma le prime costruzioni iniziano a prendere forma abbastanza velocemente e, soprattutto, iniziamo ad avere rapporti di conoscenza e scambio con molte persone dei villaggi.”

Tu sei in Tanzania da qualche mese: come stai vivendo questa esperienza? Cosa ti senti di dire agli italiani, agli europei, a quelli che si credono primo mondo?

“Sto vivendo questo periodo con molta gioia nell’avere una possibilità così unica e bella, è un desiderio che mi porto dentro da molti anni e poterlo compiere è una grazia. Penso che la classifica dei “mondi” sia inappropriata, spesso basata più su parametri economici che su un  livello di umanità e non voglio assolutamente cadere in questo, come penso anche che negli italiani e negli europei ci siano tanti che vedono le differenze culturali come una ricchezza  e bellezza più che come un confronto da classificare. Io mi sono molto ritrovato nel pensiero di qualcuno che dice come i poveri siano lo “strumento” che Gesù ci ha donato per insegnarci ad amare: cerchiamoli non per metterci a posto la coscienza o peggio ancora per metterci in mostra ma per condividere e loro ci aiuteranno ad amare e a mettere sempre al primo posto la persona.”

Raccontaci qualcosa, qualche aneddoto:

“Per raccontarvi qualche momento di questa intensa esperienza, che mi sta riempendo il cuore e la vita da oramai sei mesi e mezzo, prendo spunto da alcune riflessioni che ho già condiviso ma che sono la mia personale esperienza e quindi che voglio condividere anche con voi.

I piccoli

Inizio a conoscere loro e le famiglie di provenienza, ogni pomeriggio accorrono numerosi a Nomadelfia e gli organizziamo qualche attività ludica.

La mattina ci sono Matias, Malcolm, Tyson e altri sei o sette che tutti i giorni e tutto il giorno devono badare alle bestie mentre il pomeriggio arrivano anche gli altri e le bimbe. Che sorrisi! Che bellezza! Tutto però stona con le loro mansioni, da adulti! Gli diamo un pallone e loro si organizzano e iniziano a giocare sempre con un occhio al bestiame ed ora uno, ora un altro “scappano” a recuperare le mucche e le capre quando si allontanano troppo. Nonostante tutto, quanta gioia che trasmettono.

Matias è un bimbo a cui la famiglia fa fatica a garantire un pasto e allora diviene parte di un contratto: “un anno di lavoro come pastore, un pasto al giorno e poi se tutto va bene a fine anno come “stipendio” avrà un vitellino”. Matias ha dieci anni, non studia, cosa gli riserverà il futuro? Che sofferenza! E quanti sono nella stessa situazione…

È possibile una reale condivisione?

Riuscirò mai a condividere in maniera profonda con i miei fratelli di Mvimwa, Kate e Ntemba? Cosa posso fare per riuscirci? Queste domande mi accompagnano quotidianamente in una ricerca di reale fraternità. Sono tre giorni che insieme a fratello Angelo e altri sette ragazzi di Ntemba andiamo a prendere i mattoni . Mentre vado al lavoro penso se riuscirò mai a capire le preoccupazioni, le sofferenze e le vite di questi miei “colleghi”?  Alle 7 quando parto per il lavoro : io ho dormito su un letto con il materasso e loro? Vedo Eunice (7 anni) con la zappa che leva le erbacce dal mais e forse mangerà un pasto nella giornata, vedo Matias che porta le mucche al pascolo, Malcolm, Erisha, Abiudi, Lina …che vivono impegni e situazioni difficili anche per un adulto. E i genitori tutti alla ricerca di un lavoretto che gli permetta di mangiare, un imprevisto come la malattia porterebbe la famiglia alla rovina. Io non ho mai vissuto per sopravvivere per cui penso sia difficile per me arrivare ad una condivisione radicale. Prego lo Spirito Santo di aiutarmi ed illuminarmi di vivere una vita con “loro” per diventare presto un “noi”.

Natale

Qui è sempre Natale, d’altra parte Gesù non ha scelto di essere povero tra i poveri? Ho vissuto un Natale autentico. Prima a Kate abbiamo partecipato alla santa Messa, che bella festa al nostro Dio che si è fatto bambino come i tanti che partecipavano alla celebrazione. Canti, balli e offerte di cibo e del poco che hanno: canne da zucchero, pesce gatto, sale… mi ha fatto riflettere sul perché io non viva l’incontro con Gesù eucarestia con così tanta gioia. E poi il pomeriggio ancora condivisione con alcuni dei lavoratori di Mvimwa che ci hanno invitato a mangiare insieme a loro, tutto molto semplice, tutto molto vero. È un popolo, quello tanzaniano, per come lo sto conoscendo io, molto accogliente e dal cuore grande. Tanta gente ha offerto a  me il poco che aveva.

A Natale, purtroppo, il piccolo Matias non è potuto tornare a casa ma ha passato la giornata con le capre e le mucche. Sempre oggi il padre di Aloisi mi ha chiesto lavoro perché con tanti figli non sa come fare, Beni (7 anni) mi ha chiesto un paio di scarpe… Allora mi viene un dubbio: è sempre Natale o sempre venerdì santo?

Ingiustizia

Si muore di fame. Nel 2023. Sabato scorso una bambina di due anni e mezzo del villaggio di Ntemba è morta. Causa : malnutrizione. Sono sconvolto! Lo so, si dice spesso “muore di fame un bambino ogni 5 secondi” ma forse per la durezza del mio cuore ciò mi dispiaceva ma non diventava esperienza di ingiustizia. Non posso far finta di niente, ho voglia di gridare a tutti che così non si può andare avanti, che una bambina è morta perchè non aveva nulla da mangiare!

Domenica sono stato nel villaggio chiamato “Pepe”, quarantacinque minuti di camminata  dove ci sono varie case sparse con tante persone che vivono in condizioni devastanti per l’essere umano, basta una semplice influenza per mettere in pericolo una di queste vite sempre “al limite”.

Mi domando : quante volte sono ingiusto e tratto con egoismo le cose e il cibo che ho?  Lotto e soffro abbastanza per le ingiustizie che subiscono i miei fratelli e le mie sorelle?

Speranza

Gli occhi  e i sorrisi sinceri, i bambini, la bontà di tante persone, la semplicità, la condivisione, la fraternità evangelica, le persone che pregano per me, Nomadelfia e tanti tanti altri momenti che ho vissuto… questi sono i motivi per cui posso dire di essere molto contento. Penso che la vita fraterna, sia una reale necessità per questa società in questo momento storico perché basata sul Vangelo, sulla giustizia e sulla solidarietà.”

Grazie Zeno dell’amicizia, delle foto sullo Stato di whatsapp che tanto mi fanno stare lì vicino con te e di questa piccola grande testimonianza che hai voluto regalare a me e ai lettori de Ilcentuplo.

il nascente gruppo famiglia di Nomadelfia in Tanzania

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