cultura

La scelta – un racconto di Benedetta Bindi

La vita è  la somma di tutte le tue scelte. – Albert Camus

Avevo preso una pausa di qualche giorno dal lavoro ed ero  partita per la montagna. Camminavo in sentieri stretti e lunghi, come i lacci delle mie scarpe. Intorno a me c’era tanto silenzio, quello che mi serviva per scegliere. Questo verbo di solito indica avere due strade davanti a te, e decidere quale prendere. Per farlo c’è bisogno di lasciare a casa il chiacchiericcio, insieme alle parole di Daria. Lei è la mia migliore amica, ha dodici anni più di me. È la madre che mi è mancata, la sorella che non ho avuto, la mia guida. Quando le ho detto che non sapevo se accettare di andare a  lavorare a New York, nella nuova sede del nostro ufficio, lei ha fatto come gli altri. Ricordo come mi rispose, davanti a due tazze di tè, in un bar del centro, con le mani che le si muovevano, come se suonasse le nacchere tanto era eccitata: 

“Sei  pazza? Ti hanno offerto un mensile che io guadagno in un anno, e ancora ci pensi? Non sarà per quel tuo nuovo amico? Come si chiama, Mario? Pullula di Marii l’America, dai retta a me”.

Io mi guardavo le mani, avevo uno smalto nero, come i dubbi che lei lanciava su di me. Mi domandavo come non capisse che stavo per compiere quarant’anni, e che era lecito voler provare a costruire un rapporto, e che mio padre stava sempre peggio, e lei ed i miei amici erano qui. Invece continuava a imbottirmi di parole come fossi un reggiseno. “ Vittoria mi stai ascoltando?”

Io  le risposi: “Sai che penso che  l’essere umano ha tramutato il suo polo d’interesse. La vita non è  più tesa al rapporto con il prossimo. Sono più importanti le cose: l’ oggetto da comprare, accumulare denaro, arrivare tra i primi. Per molti anni sono stata anch’io una di quelle che mirava solo a quello, non lo nego, ma ne ho  pagato il prezzo. Da giovane ho nuotato per quindici anni, le gare mi piacevano. Quando le mie amiche uscivano, spesso io ero in vasca o a letto. Un giorno mi sono tolta la cuffia e non l’ho più  rimessa. La mia furia razionale mi ha detto che non avrei mai raggiunto traguardi troppo alti. Medaglia d’oro ai regionali in stile libero, per tre anni di seguito, argento ai nazionali per due. Ero diventata una brava nuotatrice, tu all’epoca non mi conoscevi, ma dovevi vedermi in piscina; ero un pesce,  ma non da Olimpiadi. Ho preferito buttarmi nello studio. Mi sono laureata prima del tempo, con il massimo dei voti. Sono un avvocato tributarista, mi piace il mio lavoro lo sai. Andare a New York era una proposta che avrei accettato ad occhi chiusi un tempo. Ma sto per compiere quarant’anni e.…. “

Stavo per  mettermi a piangere, intorno a noi c’era troppa gente. Feci un bel respiro, come la mia insegnate di yoga mi aveva insegnato e ripresi a parlare:

Per quindici anni, sono state  sacre per me  poche  cose: “la palestra di primo mattino, il lavoro, uscire con te una volta settimana, e il pranzo di domenica con mio padre. Chi mi stava accanto doveva ritagliarsi uno spazio e accontentarsi delle briciole di tempo che mi rimanevano. Ho rovinato due storie importanti per il mio egoismo, per i miei orari assurdi allo studio. Ho dubbi su tutto adesso: posso prendere la strada che conosco e immergermi nel lavoro, o un’altra che mi piacerebbe conoscere. Costruire un bel rapporto, magari sposarmi, fare un figlio. Sai da piccola le bimbe spavalde che sapevano tutto mi mettevano in soggezione. Crescendo questo non è cambiato. Quando mi sono iscritta a Legge, in molti, visto che mio padre era  dentista, mi hanno detto: “Peccato!!! Avevi lo studio già  avviato!” Ed io rimanevo in silenzio, con i dubbi sopra la mia testa, come nuvoloni invernali sul punto di esplodere. Quando ti ho conosciuto stavo per laurearmi, e ricordo che avevo paura di non trovare buone opportunità lavorative. Tu mi hai tenuto  ferme le braccia un pomeriggio al mare, lo ricordo ancora, con  le tue mani grandi, e guardandomi attraverso i tuoi occhiali mi hai detto:” quando si arriva alla realizzazione del proprio cammino, tante voci ti suggeriscono di lasciar perdereMi hai aiutato a credere nel mio lavoro. Ma forse ora,  come allora, mentre tutti mi suggeriscono di accettare, devo lasciar perdere.”

Daria rimase in silenzio, come fa un mazziere con le carte, rimescolando i suoi pensieri. 

Dopo qualche secondo disse:” Vittoria,  hai un’ opportunità  davanti a te, io credo che coronerebbe tutti i sacrifici fatti fino a qui. Pensaci. Ti hanno invitato alle Olimpiadi e vorrei vederti cogliere questa occasione. Non si  deve pensare solo alla carriera, è vero, ma se io avessi la testa amica mia, la farei lavorare. Sei tra le migliori in Italia,  quel posto è  tuo cavolo!”.

L’ho abbracciata stretta, sentivo la sua camicia di seta che aderiva ai miei polpastrelli sudati dalla tensione. Lei profumava di rose.

Un signore, forse sorpreso da come mi cullavo in quell’abbraccio, mi guardava fisso fumando la pipa. Sarei voluta essere il tabacco che c’era dentro, bruciare e sparire in una nuvola di fumo tanto ero confusa.

Questa sensazione, in montagna, mi prendeva  di notte, mi veniva la tachicardia, e dovevo rifugiarmi in alcune gocce di ansiolitico per tranquillizzarmi.

Poi, la mattina nella quale dovevo partire, mi hanno bussato alla porta. Ho aperto ed era una cameriera con un mazzo di fiori per me. Gli ho presi e ho chiuso imbarazzata la porta. Ho cercato se ci fosse un  biglietto, ma nulla. Ho chiuso la valigia e sono scesa. Erano di Mario. Quando l‘ho visto gli ho sorriso, lui mi ha dato un bacio sulle labbra ed è  rimasto muto. Soli nel parcheggio, ci siamo abbracciati. In quel momento  non ho pensato a nulla. Siamo rimasti incollati l’uno all’altro senza parlarci per parecchi minuti. Non gli avevo detto quando sarei tornata né in che albergo alloggiavo. Ma che importava fargli delle domande. Lui era lì.

Oggi mi guardo la pancia  allo specchio, sta aumentando ogni giorno di più, i miei dubbi sono caduti uno a uno, come pezzi di intonaco vecchio. Ho preso una decisione coerente con la persona che volevo diventare, con le cose che volevo realizzare.

E il cielo ora è terso sopra di me, ogni giorno di più.

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