cultura

La stanzina – un racconto di Benedetta Bindi

Dobbiamo usare il tempo saggiamente e renderci conto che il tempo è sempre maturo per fare del bene. Nelson Mandela

Non riesco a dimenticare quella piccola stanzina accanto  alla cucina, e sono trascorsi quasi tre anni. 

Ero stata invitata a pranzo da Lucio, uno dei nostri amici del liceo. Non ci vedevamo da dieci anni. Siamo stati un gruppo molto unito: io, Laura, Francesco, Alessio e lui. Abbiamo continuato a vederci negli anni,  con Lucio invece ci eravamo persi. Non si può dire avessimo litigato, nessuno scambio di offese, ma da quando si era sposato con Marilena, era cambiato. Un tempo lui festeggiava qualsiasi cosa, anche il maglione appena comprato, pur di organizzare una festa. Speravamo ci invitasse nella sua nuova casa, anche se si era trasferito a due ore da Roma. Non è  stato così.  

Ha messo la fede al dito, ed è sparito! I venti anni trascorsi con noi, dissolti. A volte basta un attimo, per cancellare una vita, mi ripeteva Alessio,  ma io non accettavo il modo  nel quale Lucio ci aveva voltato la schiena. Io facevo un concerto a Spoleto. Lui ha letto dei manifesti affissi sui muri con il mio nome, e mi ha chiamata. Io sono l’unica del gruppo, che ha fatto della musica un mestiere. Tutti noi  per un periodo, abbiamo strimpellato parecchio nella mia cantina. Alessio ora  lavora in banca, Francesco ha un negozio  che vende e ripara telefoni, Laura fa la maestra, e Lucio lavora nella fabbrica di scarpe della moglie. 

Quando sono arrivata davanti alla sua villa, non mi aspettavo di trovarmi trovare all’ingresso una guardiola, con all’interno  un addetto alla sicurezza. Ho visto il mio amico venirmi incontro e abbracciarmi. Poi mi ha detto: ”deve sembrarti strano, eh? Nell’ultimo anno hanno svaligiato una casa ogni quindici giorni”.

Un brivido mi ha attraversato la schiena. Da quando sono piccola ho la paura di alzarmi di notte e trovarmi faccia a faccia con uno sconosciuto. 

Sua moglie in tacchi alti, e vestita elegantissima, mi ha accolto con un  sorriso di cortesia, poi mi ha  portato a visitare la casa. Sei camere da letto, sala cinema, una biblioteca gigantesca, con numerose biografie di Mandela: “Un uomo meraviglioso” mi ha detto. 

Conosci la sua frase:” Io non perdo mai, se non vinco imparo? La ripete ancora oggi mio padre. L’Italia che Paese…continua a  trattare i migranti come con  disprezzo. Che vergogna!”

Poi si è tirata indietro i suoi lunghi capelli castani e ha ripreso a camminare e mi ha fatto uscire per mostrarmi la piscina che si vede dalla vetrata del suo salotto. Ci siamo seduti per pranzare,  il tavolo era  lunghissimo, e io pensavo a quanti ospiti dovevano avere, per utilizzare un oggetto del genere. Pensavo  al mio, tondo e piccolo, che quando siamo in sei devo mettere gli allunghi, e spesso s’incastrano male e il tavolo traballa sempre. Ogni portata: dai ravioli al tartufo,  alla torta al testo, al sorbetto alla violetta erano squisiti. Lei assaggiava appena ogni portata, per questo è  magrissima: fa la fame .

Io, pensando che avrei cenato tardissimo, mi sono gustata ogni piatto, e ripreso due volte il sorbetto. Intorno a noi, si muoveva senza sosta una donna di colore. Serviva. Portava pietanze dalla cucina. Ho atteso che me la presentassero, ma visto che non lo facevano, le ho teso la mano e detto: ”piacere, Beatrice, era tutto delizioso’ .

Lei frettolosa mi ha teso la sua, dicendo :”GrazieGiamala” e con gli occhi ha cercato Marilena. Lei Allora  ha voluto sottolineare che abita con loro da tanti anni, e che ha trovato giusto prendere una povera ragazza che aveva attraversato l’inferno, piuttosto che una filippina come hanno i suoi genitori.  

Poi orgogliosa ha detto: ”da tre mesi abbiamo qui da noi anche il fratello. Lui sogna di diventare un cantante. Ora sta lavorando al vivaio di alcuni nostri amici. Pensate che il viaggio per arrivare in Italia, gli è  costato come andare alle Maldive, e ha rischiato la vita più volte. L’ha pagato Giamala, lei aiuta anche sua sorella che è  rimasta in Nigeria ad assistere i genitori anziani, e ha sei figli.” 

A fine pranzo sono andata al  bagno, era vicino alla cucina. Sono entrata, ho scorto lo stanzino dove dormivano lei e il fratello, piccolo e stretto. Il ragazzo era sdraiato su un materasso, mentre la sorella preparava i caffè. Accanto al letto  era posta  la lavatrice, che occupava gran parte dello spazio tanto era grande,  su una mensola c’erano delle foto incorniciate, insieme a tanti detersivi. D’istinto ho detto: “ciao” sorridendomi, in un modo che mi ha colpito il cuore. Mi sono avvicinata, lui si è  alzato in piedi e mi è  venuto a porgere la mano: ”piacere Lukai”. D’istinto  gli ho domandato: “mi hanno detto che sei un cantante, io suono il basso, sono una musicista, ti lascio il mio numero, mi hanno detto che scrivi tu i pezzi che canti, mandameli ”. Lui ha annuito e mi ha rifatto uno dei suoi sorrisi meravigliosi.

Sono tornata in salone, prima che Lucio o sua moglie venissero a cercarmi. Abbiamo parlato di figli, io non avevo voglia di raccontare del mio, dei suoi problemi a scuola. Poi avevo la sensazione che loro volessero parlare solo dei  propri. Uno studia alla Bocconi, l’altro ha la media dell’otto al classico. Dopo Il caffè  ho detto che dovevo andare a fare una piccola prova. Lucio è rimasto male, sperava di trascorrere più  tempo con me. Mi ha voluto accompagnare all’albergo. In viaggio abbiamo parlato di musica, mi ha chiesto se guadagno abbastanza, ho temuto mi chiedesse quanto. Ha chiesto anche di Aldo, mio marito, se andava bene con il negozio di articoli sportivi. Ho risposto di sì, anche se non è vero, la gente compra online, o nei centri commerciali. La sera  è  venuto  a vedermi al concerto, lo vedevo felice dal palco, gli brillavano gli occhi. Mi ha fatto tanti complimenti e  ha voluto cenare con me e altri  musicisti. Ne ero stupita. Sua moglie non c’era. 

Per qualche strana magia ci siamo ritrovati da quarantaquattro anni a diciottenni nello stesso tempo. Mi ha detto che gli manca suonare. Gli ho risposto che bisogna sempre tenere un piccolo spazio per le proprie passioni. Poi gli  ho confessato che ho dato al fratello di Giamala il mio telefono, che volevo  trovare il modo di aiutarlo. Mi ha abbracciata stretta, in quel modo generoso che sa fare solo lui. Poi all’orecchio mi ha detto:” Hai sempre avuto un cuore grande, hai sempre aiutato ognuno di noi a essere migliore”. 

Io non ho avuto il coraggio di dirgli perché teneva un fratello e una sorella,  in una specie di sgabuzzino, avendo tante  stanze vuote. Ci siamo salutati dicendo:” alla prossima”

Lukai,  adesso suona in un gruppo multietnico di un mio amico, e gira l’Europa, Giamala vive sempre in quello stanzino, ma almeno ora è felice, tanto felice per suo fratello. Quando è venuta a Roma a vederlo ad un concerto,  le brillavano gli occhi e mi ha abbracciato stretta, nello stesso modo generoso di Lucio.  

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