I limoni caduti – di Benedetta Bindi
Con Alice era andata proprio così, quella mattina al supermercato.
Lui stava scegliendo l’insalata quando, a lei, con il casco appoggiato a un braccio, una voluminosa borsa di tela sulla spalla destra e due pacchi di pasta in una mano, caddero i limoni.
Luca li raccolse velocemente. Due erano finiti proprio sopra il suo piede. Quando si rialzò, si guardarono e sorrisero.
Furono pochi secondi.
A volte è così. Succede qualcosa che non avevi previsto e che, senza che tu possa capire come, ti cambia la vita.
Un uomo guarda una donna, lei guarda lui. C’è una specie di riconoscimento, un momento di complicità dopo il quale potrebbe succedere qualsiasi cosa.
Oppure niente.
Invece quel giorno accadde.
Luca aveva trentasei anni, Alice ventinove. Lui non riusciva a far durare le sue storie, lei era ostinata e decisa.
Si innamorarono.
Lei lo ringraziò. Lui la accompagnò alle casse e cominciarono a parlare. Poi venne un caffè al bar, i primi incontri, un cinema, una cena, una passeggiata lungo il Tevere.
Si misero insieme.
Poi arrivarono le prime incomprensioni, dopo due anni di convivenza. E, infine, la richiesta di Alice di prendersi un po’ di tempo.
Luca, così, era partito per andare a trovare suo padre. Ne aveva anche voglia. Da quando sua madre era morta, lui non veniva più a Roma a trovarlo.
Viveva in una bella casa a cinque km da Assisi. Le sue sorelle, fortunatamente, abitavano vicino.
Ma a Luca mancava quel padre silenzioso che non lo aveva mai giudicato e che gli aveva sempre voluto bene.
Spesso, però, per pigrizia, durante il fine settimana rimaneva in città. Gli piaceva dormire fino a tardi.
Questa volta invece un po’ costretto aveva trascorso con lui delle belle giornate ed era soddisfatto di essere partito.
Ora erano tre settimane che non sentiva Alice.
Aveva rispettato la sua richiesta, ma adesso, mentre si trovava in stazione, pronto a tornare in città, decise che l’avrebbe chiamata. La folla lo spinse avanti, giù per le scale. Quando arrivò al binario ebbe un momento di vertigine. Si ritrovò troppo vicino al bordo.
Ma non era solo quello. Era il pensiero di rivederla.
Si avviò verso il punto in cui si sarebbero fermate le prime carrozze. Sperava che la sua fosse rumorosa. Era troppo agitato e non voleva pensare a quando l’avrebbe rivista.
Ci aveva pensato ogni giorno.
Ogni ora.
Ogni minuto.
Voleva soltanto stare seduto in mezzo a un mare di chiacchiere anonime. Voleva distrarsi, sentire tante conversazioni al cellulare, mescolate e sovrapposte.
Quando finalmente si sedette disse:
«Ah».
Poi aggiunse:
«Speriamo che il treno parta subito».
Le persone affollavano il corridoio. Erano in tanti a rientrare dalle vacanze. Cercando di non dare nell’occhio, tirò fuori il cellulare.
Due suore davanti a lui leggevano un libro. Due ragazzine ridevano a crepapelle. La loro madre, con una rivista sulle gambe, le rimproverava, ma loro riuscivano a malapena a riprendere fiato prima di essere travolte da una nuova ondata di risate.
Luca dopo un pò di tempo compose il numero.
«Ciao, Alice», disse appena lei rispose. «Sto tornando a Roma. Sono in treno».
Gli tremava la voce. Lei non disse nulla.
«Che cosa stai facendo?»
«Stavo per fare una doccia. Qui è ancora caldissimo e si è rotto il tubo del condizionatore».
«Me ne occuperò io quando arrivo, se vuoi».
«Sono stanca, Luca. Non ho bisogno di un uomo che cambia lavoro con la frequenza con cui la gente va a cena fuori. Non ho bisogno di qualcuno così lunatico per costruire qualcosa di serio».
Luca deglutì. Non si aspettava quelle parole.
Guardò le ragazzine che ridevano fino alle lacrime mentre osservavano il display del telefono. La loro madre che chiacchierava con una signora appena seduta. Le suore erano ancora immerse nella lettura.
Probabilmente il Vangelo, pensò.
Alzò lo sguardo oltre il finestrino. Il cielo era limpido.
Gli parve un buon segno.
«Mio padre dice di sapere che mia madre non c’è più, anche quando dorme. Succede così anche a me».
Alice rimase in silenzio.
«Per questo voglio tornare e stare per sempre con te. So che non ci sei ogni secondo che passo lontano da te».
Fece una pausa.
«Mi terrò questo lavoro all’agenzia, te lo prometto. Vuoi sposarmi, Alice?»
La suora più anziana teneva in mano un rosario e leggeva concentrata. La più giovane alzò il volto e lo guardò.
Luca le sorrise.
Poi sentì Alice dire:
«Tra un mese ti sarai già dimenticato della proposta, oppure avrai cambiato idea».
«Non rispondi?»
«Che devo dire… Non è così».
“Chiamami appena arrivi”.
Poi Alice riattaccò.
Le ragazzine ora stavano facendo un braccialetto con del filo e discutevano tra loro. La madre parlava a voce alta con la signora a fianco che apriva e chiudeva continuamente i suoi occhi incorniciati da ciglia finte.
Era molto grossa, pettinata e truccata come una bambola, indossava un abito bianco con enormi limoni stampati.
Anche quello gli sembrò un buon segno.
Appoggiò la testa all’indietro sul sedile e chiuse gli occhi.
Cullato dal dondolio del treno, si addormentò sorridendo.


