Uno, nessuno e centomila bisogni
“Più medito e più mi sento Pirandello” ha detto una allieva al termine di una sessione di counseling aggiungendo “la vera ricchezza consiste nell’aver pochi bisogni”.
Tutta la pratica di consapevolezza, e in particolare la Deep Mindfulness, cioè una Mindfulness profonda, antica e aderente alla tradizione e agli insegnamenti orientali, accompagna il praticante verso un lavoro di semplificazione.
Con il tempo, semplificare diventa un movimento naturale e necessario che porta ad alleggerirsi, a stancarsi del troppo, del di più e a preferire l’abbastanza.
Si tratta di imparare a osservare con attenzione ciò che abbiamo, ciò che desideriamo e ciò a cui ci aggrappiamo, fino a comprendere che cosa abbia realmente valore e che cosa è diventato inutile se non dannoso.
È un processo che possiamo vedere anche nelle cose più concrete della nostra quotidianità. Basta aprire un armadio e osservare quanti vestiti abbiamo comprato, magari indossato una volta sola e poi dimenticato, oppure aprire una dispensa e accorgerci di quanti alimenti abbiamo accumulato senza realmente averne bisogno, fino ad arrivare, a volte, a lasciarli scadere.
Sono situazioni semplici che possono diventare un modo per comprendere qualcosa di più profondo, cioè il nostro rapporto con il possesso e con il bisogno di possedere, possesso materiale e possesso relazionale.
Quando, attraverso la pratica meditativa e l’analisi, iniziamo a comprendere cosa significhi stare nell’essenza, possiamo cominciare a vedere con maggiore chiarezza quanto spesso il possesso è legato a schemi mentali, desideri e forme di insoddisfazione che ci spingono continuamente ad aggiungere qualcosa.
Abbiamo davvero bisogno di quella cosa oppure stiamo cercando di riempire un vuoto?
È un bisogno essenziale oppure un desiderio che alimenta ulteriore desiderio?
E quel riempimento ci appaga momentaneamente o ci rende profondamente felici?


