Flessibilità — Perché la mente (e il lavoro) si ribellano alla rigidità
Settembre porta con sé l’apertura dei nuovi inizi. Ogni anno “accademico” scelgo un tema guida, un filo rosso destinato a intrecciarsi tra i corsi, gli intensivi e le sessioni individuali.
Per quest’anno, la parola guida è Flessibilità.
Quando, tanti anni fa, ho iniziato a praticare Śamatha — la meditazione di calma concentrata — uno degli insegnamenti più profondi e spiazzanti è stato scoprire come focalizzare la mente senza irrigidirmi.
Recentemente ho ritrovato questa stessa dinamica nell’approccio di una cliente, arrivata con l’obiettivo di potenziare la propria capacità di concentrazione e focus lavorativo.
Nella pratica quotidiana, commetteva un errore che conoscevo molto bene: cercava di ammansire la mente attraverso lo sforzo, il controllo e la rigidità.
Il risultato? Una fatica immane. La mente, proprio come un cavallo selvaggio, continuava a scartare e a scappare.
Nelle discipline contemplative, come nel contesto professionale, esiste una base imprescindibile: se usiamo rigidità e sforzo, la mente e il contesto continueranno a ribellarsi. Se usiamo morbidezza e flessibilità, la mente può essere addestrata, allenata e poi lasciata libera di direzionarsi.
La pratica formale è sempre una straordinaria cartina di tornasole di come viviamo (e lavoriamo): se siamo rigidi con la nostra mente, saremo rigidi anche nelle relazioni.
Ma come è possibile essere disciplinati senza rigidità?
Tutto parte dal respiro:
imparare a osservare il respiro senza la pretesa di controllarlo è il primo vero atto di flessibilità, ed è una delle difficoltà più grandi che si riscontrano nella pratica.
Questa evidenza mi permette di stimolare un paio di #riflessioniscomodemaVitali partendo da due domande interessanti che, oggi, lascio anche a te:
Possiamo concentrare l’attenzione su qualcosa senza che sorga il bisogno irrefrenabile di controllarlo?
E quanta attinenza ha, questo, con il bisogno di controllo nelle altre aree della tua vita?


