cultura

L’anima gigante di Giovanni Allevi

Giovanni, classe ’69, marchigiano, non ha tutto.

Almeno non subito. Lavora studia ha un’anima fine. Ma nella vita non capisce bene come funzionano le cose, non capisce il senso dell’ingiustizia.

Poi però a una certa incrocia sulla strada un sacerdote. Coetaneo suo, parroco di periferia, con Giovanni si passa ore a discutere. Quest’ultimo sfoga i suoi tormenti, l’altro accoglie. Sempre mite sempre padre.

Dopodiché questo sacerdote un giorno per caso come accade spesso muore, don Mauro muore in un incidente. Giovanni ha trentacinque anni, e la rabbia si trasforma in dolore della perdita. E il dolore si trasforma in luce, e la luce gli illumina gli angoli bui dell’anima e gli fa capire che se esiste un motivo per vivere, quello è lo stesso del suo amico don Mauro.

Essere speranza per il prossimo. Essere salvezza.

E così, Giovanni fa luce agli altri con la sua musica e non è un caso. Lui è stato amato, è stato salvato, e restituisce a piene mani. E la vita gli ridona altrettanto, successo amore famiglia.

Però arriva la malattia, la croce quella vera, quella che ti fa dire cazzarola qua si fa sul serio.

Ma Giovanni non molla, non dimentica e non perde la speranza e la salvezza.

Fa tesoro. Dalla croce, osserva e ringrazia.

Per la bellezza del creato, delle albe e dei tramonti.

Per la debolezza che ripulisce occhi e cuore e restituisce lo sguardo autentico su sé e sugli altri.

Per la cura, che non è guarigione ma porta conforto e quindi amore attraverso tanti missionari silenziosi.

Per chi lotta in guerre ancora più fetenti della sua, come i genitori al fianco dei bimbi malati.

Giovanni è malato, e debole, trema. Gli trema tutto dagli occhi ai capelli alle dita che corrono veloci lo stesso sui tasti del pianoforte.

Ma la sua anima è gigante, il suo sorriso commosso e fragile illumina come un faro interstellare.

Giovanni sa che lui contiene l’infinito, che ciascuno è infinito.

E dice senza dirlo una cosa al mondo:

“Quando sono debole, è allora che sono forte”.

Chi ha toccato la salvezza con mano, quale sia la croce su cui sta appeso, resta infinito.

Grazie Giovanni, davvero. Testimonianza più bella non potevi donarci.

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