L’abbraccio – un racconto di Benedetta Bindi
La mia infanzia non è stata né brutta né bella, piuttosto noiosa.
Sono figlia unica. Mio padre, ufficiale dell’esercito, era spesso lontano da casa. Mia madre, a causa dei suoi ripetuti malanni, era altrettanto assente, spesso in qualche località termale. Fiuggi e Ischia erano le sue tappe fisse: autunno per la prima, primavera per la seconda. Non potevo mai seguirla, perché c’era la scuola. A pensare a me c’erano la signora Erminia e la nonna Augusta, la madre di mio padre.
La nonna era una donna seria, troppo seria, che cercava di farmi studiare. Dopo poco, però, cedeva, perché mia madre le diceva di non essere troppo severa.
La sentivo al telefono dirle che, con il tempo, la curiosità per i libri mi sarebbe venuta.
La nonna, per non discutere, si metteva a fare l’uncinetto, a cucinare o a fare le parole crociate, lasciandomi tranquilla. Ogni tanto, però, mi rifilava frasi come: “Ti accorgerai un giorno com’è il mondo là fuori, e saranno dolori. Se ci fosse mio figlio qui, invece che in giro per il mondo, tu saresti cresciuta dritta!”
Parole che mi scivolavano via, come i miei pomeriggi noiosi.
Spesso mi affacciavo alla finestra e guardavo lo scorrere della vita degli altri: spiavo nei loro appartamenti o osservavo la gente per strada. Ne vedevo molta.
Abitavamo a Milano, nel pieno centro.
Poi sono diventata grande, mi sono sposata e mi sono trasferita a Roma, la città di mio marito.
Ma, anche se avevo tutto per essere felice, ogni tanto un senso di vuoto e una grande malinconia mi assalivano. Entravo in un bar, bevevo qualcosa di forte, scrivevo sul mio diario e poi stavo meglio.
La colpa era degli incubi ricorrenti, di cui non parlavo mai a nessuno per non sembrare pazza o patetica.
Sognavo mio padre.
Era già morto da qualche anno. Mi sembrava di aver accettato bene la cosa, visto che stava così male nell’ultimo periodo. Pensarlo in pace, a parte il senso di mancanza, mi dava sollievo. Ma poi è iniziato a venirmi in sogno.
Sempre giovane, e sempre senza mani. Ricordo che spesso lo vedevo di spalle, in cucina, al lavello. Non si muoveva e mi diceva: “Non mi guardare, non mi guardare!” Poi si spostava un poco, e mi accorgevo, spaventata, di come si era ridotto.
Oppure lo sognavo piegato in giardino, nella casa al mare, dove avevamo un piccolo orto che lui curava con dedizione. Mi avvicinavo e lui mi urlava: “Non venire, non venire!” E anche lì, scoprivo che aveva due moncherini.
Questi incubi sono andati avanti per due anni. Si interrompevano per alcuni mesi, per poi ricomparire all’improvviso, coprendo i miei giorni di inquietudine.
Come coriandoli, li trovavo in ogni angolo della mia mente, e mi toglievano la pace.
Ogni mattina era un dolore al risveglio che cercavo di nascondere ad Andrea, mio marito.
Avevo paura che pensasse che gli avessi mentito sul mio equilibrio mentale. Lui è sempre stato l’opposto: un uomo solare, divertente, che lascia una scia di energia positiva quando entra in una stanza. Il contrario di me, di natura malinconica. Così mi dicevo: “Se gli parlo di questi incubi, mi lascerà, o si troverà un’amante spensierata.”
Poi, una notte, ho sognato mio padre riverso sul cofano della macchina. Nel momento in cui sto per avvicinarmi, lui mi dice: “Scappa, scappa!” Mi accorgo che ha due moncherini, sporchi di grasso d’auto. Brutti, da fare impressione.
Quella volta non mi sono trattenuta: ho urlato forte, tanto che anche nella realtà mi sono sentita gridare. Andrea si è svegliato, ha acceso la luce e mi ha subito abbracciato stretta, senza chiedere nulla, perché l’intelligenza vivace capisce prima delle parole.
Ho avvertito il suo calore che non mi lasciava, la sua presa forte. Gli ho raccontato tutto.
Da quella sera, gli incubi sono cessati.
Ho amato e odiato mio padre.
Lo amavo perché era forte, coraggioso, ma su molte cose odiavo il suo voler sempre avere ragione, ed essere spesso serio e ombroso. Non mi ha mai abbracciato molto.
Negli incubi, aveva due moncherini, perché le sue mani, mi sono sempre mancate.
Quando Andrea mi ha stretto, ho sentito le mani di un uomo vivo, presente, che non fuggiva. E mi sono calmata.
Non è il passato a guarire, ma un semplice gesto, qui, ora.
Il nostro corpo, nelle sue azioni più intime, può riscrivere il destino.


