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A Roma anche il nuovo è sempre antico

Mi ritrovo qui, nel cuore di Roma, a spostarmi non più solo per necessità, ma per desiderio per iniziare bene l’anno, d’altra parte non si dice che chi fa il turista a Capodanno lo fa tutto l’anno? Con mia moglie abbiamo deciso di giocare ai turisti nella nostra stessa città, lasciandoci guidare dalla curiosità verso il nuovo che, a Roma, è sempre antico. La meta? Le nuove stazioni della Metro C.

Scendo le scale e non posso fare a meno di sentirmi un po’ come un archeologo in una città che ha fatto della stratificazione la sua essenza. Solo che qui, invece della terra, scavo con lo sguardo. Non è un percorso sotterraneo, è un viaggio nel tempo.

La fermata “Colosseo-Fori Imperiali” non è un mero luogo di transito, è un racconto fatto di strati. Ogni livello che discendo, ogni corridoio che percorro, è come girare una pagina di un libro di pietra. Mi fermo davanti a una vetrata: laggiù, illuminati come tesori nella penombra, ci sono pozzi repubblicani che sembrano appena lasciati dai loro costruttori. È un balneum, un bagno di una domus del I secolo a.C. Le pareti conservano tracce di colori, un’intimità domestica congelata. Sono spazi vissuti da gente come noi, con le loro frettemattine, le loro preoccupazioni quotidiane di duemila anni fa, le loro gioie. Eppure, eccoli qui, protetti dal vetro e dallo stupore di chi, oggi, è solo di passaggio, con lo sguardo già rivolto all’uscita che porta verso la vecchia metropolitana.

Tuttavia non c’è nulla di statico in questo museo. È dinamico, vivo, esattamente come doveva essere la città che lo ha generato. Attraverso un oculus, uno squarcio progettato con intelligente poesia, vedo improvvisamente il Colosseo. Ma non come lo vedo tutti i giorni, dall’alto, schiacciato dalla sua maestà. Lo vedo dal basso, da una prospettiva inedita e umile, quasi fossi un legionario di ritorno dalle province o un cittadino del I secolo che alza lo sguardo verso l’Anfiteatro per la prima volta. È un’emozione potente, che mette in discussione il mio ruolo. Non sono più il romano distratto, ma l’erede attento di una storia che continua a pulsare sotto l’asfalto.

Ed è questo il pensiero che mi accompagna mentre risalgo in superficie e vengo colto ancora da vivo stupore uscendo all’aria aperta: la modernità e l’antichità non devono combattersi. Hanno scelto un metodo di scavo rivoluzionario, il “top-down archeologico”, che ha permesso di costruire la stazione e scavare la storia contemporaneamente. È una metafora perfetta per come Roma potrebbe, e dovrebbe, andare avanti: non costruendo sopra il passato, ma integrandolo, facendone le fondamenta del futuro. Questi scavi hanno restituito oltre 500.000 reperti, ma soprattutto hanno restituito a noi romani la consapevolezza di abitare un palinsesto unico al mondo.

Oggi, in queste gallerie piene di turisti con gli occhi pieni di meraviglia, mi sono sentito di nuovo un po’ turista anch’io. Ho capito che a Roma non si finisce mai di conoscere. E forse, il modo migliore per onorare questa città eterna non è solo ammirarla, ma permetterle di raccontarsi, anche quando scendiamo in metropolitana per andare al lavoro. Perché ogni volta che si scava, si trova un tesoro. E il tesoro più grande è scoprire che, sotto i nostri piedi, il tempo non è passato: è solo in attesa di essere riattraversato.

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