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La vera pecca di un genitore? Smettere di pregare per i figli

C’è un momento esatto in cui una mamma e un papà si accorgono che le mani dei figli, un tempo così piccole da sparire tra le loro, hanno la forza di stringere il mondo intero. È il momento in cui spiccano il volo. Non possiamo più scegliere ogni direzione per loro, né scansare ogni pietra dal loro cammino.

E allora che cosa fa un genitore? Fa un passo indietro. Ma non per andarsene.

Fa spazio alla loro vita, senza arretrare di un solo centimetro con il cuore. C’è una promessa antica, scolpita nel Libro di Samuele, che custodisce la forma più pura dell’essere genitori:

«Quanto a me, non sia mai che io pecchi contro il Signore cessando di pregare per voi» (1 Samuele 12,23).

(Per capire la forza di queste parole bisogna fare un passo indietro nel tempo. Samuele è ormai anziano e il popolo d’Israele gli chiede a gran voce un re umano: vuole fare da sé, cambiare strada, spiccare il volo. Di fronte a quello che poteva sembrare un rifiuto o una delusione, il profeta non reagisce con la rabbia o con il risentimento di chi dice «ora arrangiatevi». Fa un passo indietro come guida politica, ma compie un gesto d’amore smisurato come padre spirituale: promette che non smetterà mai di pregare per loro e di indicare la strada giusta.)

Ecco il punto: per una mamma e per un papà, la vera pecca non è sbagliare un consiglio o non essere perfetti, ma smettere di sperare e di custodirli nell’intercessione. Quando non possiamo più prenderli per mano ad ogni incrocio, la preghiera diventa l’atto di presenza più alto e profondo. È dire a un figlio, nel silenzio della propria anima: «Vai pure. Sogna, prova, cadi e rialzati. Io sarò sempre qui a custodirti e ad affidarti al Cielo».

L’amore dei genitori non trattiene, illumina. E la sua eredità più grande è la fedeltà rocciosa con cui continua, ogni giorno, a desiderare la bellezza e la luce per la strada dei propri figli.

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