cultura

Oltre l’ostacolo – un racconto di Benedetta Bindi

Eravamo davanti al mare, seduti sulla sabbia in un giorno d’inverno, quando lei mi disse:

«Mi piaci perché butti il cuore oltre l’ostacolo».

Poi mi guardò con quegli occhi grandi, celesti, che ricordavano quelli di mia nonna Teresa.

Mi prese la mano e la strinse forte, come faceva mia madre quando, da bambino, mi portava ai mercatini.

In mezzo alla folla, il mio palmo si attaccava al suo, e io immaginavo che le nostre mani si fondessero, diventando una sola: una mano gigante, capace di vagare nello spazio in cerca di mostri da sconfiggere.

Le mie dita tremarono. Anna se ne accorse. «Carmelo, hai freddo? tremi?»

La mia risposta fu veloce come una pallina da tennis durante la battuta:

«Parecchio».

Mi staccai dalla sua presa e mi strinsi entrambe le braccia, come a dire: si gela.

Un perfetto imbecille: invece di dirle “Tremo perché, se sapessi quanto ti amo, ti spaventeresti”, nascosi tutto. Sei ridicolo, pensai.

Lei si alzò, andò a tirare dei sassi in mare, poi si voltò e mi sorrise. Non era arrabbiata. Eppure avrebbe dovuto. Mi aveva perdonato ancora prima che io trovassi il coraggio di chiederglielo. Il suo sorriso entrava dentro, come un vento improvviso che spalanca le porte e dà forza. Così presi fiato:

«Che volevi dire quando hai detto che porto il cuore oltre l’ostacolo?»

Sentii il calore salirmi sulle guance.

«Oggi dovevi lavorare in officina. Me l’ha detto Lorenzo. Ma hai preso un giorno libero per stare con me, perché sai che prima che torni a Napoli passerà del tempo».

Colpito, affondato.

Mi avvicinai; un’onda ci bagnò le scarpe. Lei mi baciò, e non sentii più l’acqua gelida. Poi ridemmo: eravamo zuppi fino alle caviglie, ma terribilmente felici.

2025

Un uomo sta per varcare i cancelli del carcere. Ancora pochi secondi e tornerà a essere libero. Esce con una giacca di pelle addosso e uno zaino giallo sulle spalle: sette anni rinchiuso. Incastrato dal suo datore di lavoro, lui troppo ingenuo per sospettare.

«Carmelo, porta questa cosa a Giovanni»; lo faceva senza domande… poi l’arresto, le manette, il silenzio.

Anna, figlia di un avvocato, non era mai venuta a trovarlo. Lui l’aveva aspettata. Ogni giorno di visita per sette anni. Aspettava che anche lei, una volta, portasse il cuore oltre l’ostacolo.

In carcere aveva letto tutto il Vangelo, ripetendosi come un mantra le parole di Matteo (18,21-22):

«Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi».

Lui era diventato un uomo capace di perdono. E sperava che lo fosse anche lei.

Credeva che l’amore fosse come un boomerang: più lo tiri lontano, più velocemente torna e ti travolge. Invece Anna non era mai entrata nella saletta squallida della sala colloqui. Solo il volto di sua madre era sempre presente, con le sue rughe e i suoi occhi tristi.

Carmelo l’abbracciò, era venuta a prenderlo. Camminava a fatica: in sette anni era invecchiata molto. Il dolore consuma più del tempo.

Sotto il portone, la baciò sulla fronte e le disse che voleva fare una passeggiata sul lungomare.

Sentì l’odore di salsedine, il sole sulla pelle. Poi la vide.

Anna.

Sulla spiaggia, con un cappotto color cammello stretto in vita. I capelli lunghi e biondi mossi dal vento di marzo. Rimase immobile.

Credeva di sognare: la libertà può essere sconvolgente.

Lei salì le scalette; a lui mancò il respiro. Si trovarono uno davanti all’altra.

Si guardarono a lungo, senza parole. Le lacrime scendevano sul suo viso chiaro di lei, sembravano d’oro.

La donna lo abbracciò, come quel giorno al mare, con le mani che cercavano di fondersi alla sua.

Questa volta, però lui non lasciò la presa.

Sentì sotto i polpastrelli il tessuto morbido del suo cappotto, e il passato, per un istante, smise di far male.

Una voce li interruppe:

«Anna, abbiamo un’udienza. Avevi detto cinque minuti… corri».

Da una macchina blu, un uomo elegante la richiamava.

Lei si asciugò le lacrime, gli sfiorò la guancia con un bacio caldo.

Sorrise.

«A presto, Carmelo».

E lui comprese che il suo mondo, dopo tutto quel dolore, stava tutto lì: in quelle tre parole.

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