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Decennale – Beatrice Fazi ricorda Irene di Nomadelfia – testi

La vocazione

Il racconto di don Zeno (Roma 8 aprile 1964)

La lotta proprio per la vita continuava e io ero tentato di chiudere tutto. Una volta don Calabria m’ha fermato, poi ancora non sceglievo, una mattina, a Irene le ho detto: “Va bene il tal giorno vieni, se non vieni chiudo tutto”.

Una mattina vado a dire la messa come tutte le altre mattine, mentre celebro la messa, sento fare pim pam, pim pam i ragazzi si davano botte da cani, un’altra volta. Sentire che si davano botte questi ragazzi, lì davanti alla chiesa, la chiesa era aperta, sentivo tutto, e consacrando dico: “Ma Signore una buona volta deciditi eh? Non vedi questi poveri ragazzi?”. Ho tanto sofferto in questa messa che: “Guarda se a mezzogiorno non entra Irene, io li porto via tutti. Li porto altrove, non posso tenerli in questa maniera”.

Invece al suono del mezzogiorno nel mio ufficio, entra Irene. Era scappata di casa, i suoi non volevano. Arriva dentro e lì c’era un bambino che aveva tre anni, allora dico: “Mettiti in ginocchio. Ecce ancilla Domini, sia fatta secondo la tua parola. Va bene. Prendi questo bambino”. Poi c’è tutta la tragedia tra Irene e i parenti, i carabinieri, un disastro. Però ha vinto. E i ragazzi che non ci credono. Quella donna lì per conquistare quei cuori lì ha pianto, sofferto l’insoffribile, perché loro erano convinti che le donne non hanno il cuore, non ci credevano.

Il racconto di Irene (1984)

Il 21 luglio – erano già finite le scuole – io però quell’anno fui rimandata in greco e dovevo poi dare l’esame a ottobre. Allora al papà dico: “Vado a scuola privata, vado via al mattino presto, così sono a casa a mezzogiorno”.

Io però avevo già nella mia testa l’intento di fermarmi a Nomadelfia, da don Zeno. Così presi la mia cartella ed era proprio il giorno quando ci fu la trebbiatura del grano e buttai giù un piccolo fagottino in un fosso che si nascose in mezzo all’erba, poi aspettai che il papà e la mamma e gli operai fossero tutti in casa per la colazione, così li salutai e andai via. Andai da don Zeno con il mio fagottino, prima che suonasse l’Angelus, mi presentai all’ufficio di don Zeno, gli ho detto: “Ecco sono qua”.

E lui mi fece ripetere tre volte inginocchiata nel suo inginocchiatoio mi fece ripetere l’Angelus. E quando arrivammo alla seconda frase: “Ecce ancilla Domini”, me la fece ripetere tre volte “Fiat mihi secundum verbum tuum”. Dice: “Sai che cosa vuol dire?”. “Sì – dico – sia fatta di me secondo la tua parola”.

Poi abbiamo finito l’Angelus e rivolto, si è rivolto a me e m’ha detto: “Ma tu, ti devo chiedere una cosa: oltre ai figli e alla famiglia che il Signore ti darà: ami il popolo?”.

Questa è stata la prima frase come sono entrata in Nomadelfia.

“Sì, lo amo”. “Lo ami anche se c’è da dare la vita?”. “Sì”. “Lo ami?”. “Sì don Zeno, fai come Gesù a S. Pietro. Ti dico che lo amo il popolo”.

“Anche qualsiasi disavventura andiamo incontro?”. “Sì. Se sono venuta vuol dire che sono disposta a tutto”.

Da Il testamento di don Zeno a Irene

26 maggio 1961

Cara Irene,

Noi due siamo stati chiamati dal Signore a fondare una nuova gente, quindi una nuova popolazione fondata sulla legge della fraternità nell’unum evangelico, portato alle sue ultime conseguenze sociali e politiche sotto forma comunitaria.

Dico nuova gente, perché è un nuovo modo di essere nella Chiesa e nella società umana.

Dico nuova gente perché per sua natura, cioè per sua vocazione, pianta sulla terra una civiltà non più puramente istintiva, ma fondata sulla volontà dei singoli cittadini che si fanno anche sotto questo aspetto sociale “liberi della libertà dei liberi figli di Dio”, secondo il Santo Vangelo e gli insegnamenti della Santa Madre Chiesa.

Noi due siamo stati chiamati dal Signore a essere i capostipiti di questa gente nuova legata dalla legge suprema della fraternità secondo il Cuore di Dio.

E come capostipiti, fatti tali dalla Chiamata di Dio, che per questo si è manifestato attraverso le opere e che nessuno potrà mai contestare senza essere nell’errore in mala fede, siamo obbligati anche per causa di questa nostra posizione nella Chiesa a farci santi, primi tra i nomadelfi, più di chiunque tra i nomadelfi.

È la santità la forza sovrumana della quale abbiamo bisogno per condurre i nomadelfi, questa “gente nuova”, sui sentieri della Volontà di Dio; cioè sui soli piani che il Signore ha decretato per noi, per il nostro cammino di “profonda bonifica cristiana e sociale”, come dice il Decreto Vescovile del 1937.

Per questo dobbiamo guardare avanti, in santa ubbidienza alle leggi e agli insegnamenti della Santa Madre Chiesa, vivendo la pienezza della nostra vocazione.

 27 maggio 1961

Carissima Irene,

La santità della quale ti parlavo ieri, o meglio, della quale ti ho scritto ieri, consiste nel sapere e volere realizzare pienamente la nostra vocazione, non quella degli altri che potrebbe anche rassomigliare alla nostra, ma che essendo un’altra sarebbe deleterio per noi volere imitarla.

La nostra vocazione è la sola via della nostra santificazione. Noi due siamo capostipiti della gente nuova dei nomadelfi, e questa è la verità; e questa è la straordinaria nostra vocazione che noi dobbiamo rispettare in noi stessi, nelle nostre persone e farla rispettare dai nomadelfi, difendendola a tutti i prezzi anche dai non nomadelfi, essendo essa non una cosa nostra ma di Dio, da Dio, con Dio, al Servizio di Dio.

Devi ricordare bene quella domanda che ti feci quando sei entrata nel mio studio per condividere la mia chiamata: ti chiesi: “ami il popolo?”. Se tu lo avessi messo in dubbio, sapevi che avrei rifiutato la tua entrata in casa mia, che è diventata subito anche casa tua.

Roma 28 maggio 1961

La nostra santità, Irene, consiste nel vivere e nel far vivere ai figli la precisione del rispetto delle esigenze vere secondo la Legge di Dio, scritta in rerum natura e rivelata attraverso la Santa Madre Chiesa, saremmo cittadini completi, di Dio.

La nostra santità consiste nell’essere cattolici fino alla più perfetta applicazione della Legge di Dio, universale, più l’osservanza dei consigli evangelici, in tutti i campi come nostro costume privato, sociale e politico.

Da Il testamento spirituale  di IRENE

Roma 15 agosto 2007

Giorno grande della nostra Mamma Celeste “Assunta in Cielo”

Al termine di questa giornata dedicata alla Madonna, Assunta in Cielo, ho ripercorso la mia lunga esistenza dal 21 luglio 1941, quando al suono della campana di mezzogiorno entravo nella casa del Signore, l’opera Piccoli Apostoli, per essere al suo servizio tutta la vita.

[…]

I miei anni vissuti in Nomadelfia sono stati un grande dono di Dio e non sarò mai capace di ringraziare il Signore per le grazie ricevute.

In questo lungo cammino di apostolato sono felice di affermare che Dio mi ha chiamato a lavorare nella sua vigna, per dare ai suoi preziosi figli tutto l’amore che possiede il mio cuore.

Ogni mattina mi alzo con tanta gioia, come fosse il primo giorno del mio ingresso in Nomadelfia: con lo stesso entusiasmo, con la stessa freschezza di spirito, gioiosa di essere entrata in questa grande opera per essere la mamma di tanti figli, grazie Gesù dolcissimo!

Durante il mio cammino non ho mai avuto un dubbio sulla mia vocazione, il Signore mi è stato vicino sempre e io sentivo la Sua Presenza.

Faccio molta fatica a dire queste cose, fanno parte del mio intimo, è la grazia di Dio che opera in noi.

La vocazione

La vocazione è il più grande dono che Dio offre a una creatura, non è facile spiegare che cos’è una vocazione.

È una gioia interiore che spinge ad amare, ad operare, donarsi senza riserva alcuna al bene delle anime.

[…] La vocazione è alimentata continuamente dalla grazia divina, e fa di una persona un’anima d’eccezione, e la persona chiamata risponde all’invito con molta preghiera, con molta ubbidienza e con tanta umiltà.

“La Madonna è l’esempio della più grande umiltà”.

Quanti figli Signore mi ha donato! 58, tutti piccoli, alcuni appena nati, parecchi di qualche mese, altri di qualche anno; essi sono stati le perle preziose della mia vita.

Ho potuto abbracciarli, li sentivo miei, come fossero nati dalle mie carni. Ho potuto baciarli tanto, stringerli a me, dare loro il latte, dondolarli nel loro lettino, attendere accanto a loro che si addormentassero, che gioie immense! Solo tu Dio sai spiegare, la penna umana non sa scrivere, ma il cuore di una mamma sa raccogliere queste gioie, le capisce, le conserva nel silenzio del suo animo. […]

Mamme di vocazione

La mamma di vocazione è un’anima che Dio ha chiamato a sé e che vuole tutta sua, per dare la maternità virginea ai suoi figli, ai figli del dolore, dell’abbandono, della grande sventura.

La mamma di vocazione è un’anima che si dona a Dio senza sposarsi. Essa deve essere modesta in tutto, deve essere pura come un cristallo, deve essere buona, comprensiva con i figli, sempre disponibile, sempre lieta anche quando il cuore si spezza.

Deve essere semplice, umile, non deve mettere in mostra le sue abilità, la sua intelligenza, perché tutto appartiene a Dio.

La mamma di vocazione deve essere un angelo, dove passa lascia il profumo, deve essere una santa, alla quale tutti vanno per sentirsi rincuorati, incoraggiati, amati.

Anche gli sposi devono seguire la stessa strada della mamma di vocazione, cambia solo lo status vitae.

Che cosa sarebbe Nomadelfia senza la mamma di vocazione, senza gli sposi? Nomadelfia non potrebbe camminare senza di essi, sarebbe una cosa piatta, perché per formare il popolo di Dio sono necessarie e indispensabili, esse sono le colonne portanti della nostra Comunità.

Ognuno nella sua componente deve essere un santo, allora così glorificheremo Dio e Lui si compiacerà di noi.

[…] Tutto quello che ho potuto fare nella mia vita, lo devo a Dio, che ha impresso nel mio cuore la sua chiamata, lo devo ai miei genitori che mi hanno dato una perfetta preparazione cristiana, lo devo a don Zeno che è stato la mia guida e con tanta dolcezza e bontà ha indirizzato il mio animo all’amore a Dio, ha seminato nel mio cuore le cose più belle dello spirito. […]

Nomadelfia quindi deve essere un’oasi di pace, di fraternità vera, un lembo di terra ricolmo di amore. Essa vivrà nel tempo solo se seguiamo le linee del fondatore don Zeno e il suo prezioso carisma.

Grazie

Irene di Nomadelfia

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