Lì dove l’Italia è un continuo cercarsi
Ci sono viaggi che nascono per questioni professionali, tra impegni universitari e premiazioni, e che finiscono per trasformarsi in un’inattesa e folgorante lezione di geografia del cuore. È quello che accade quando si arriva a Reggio Calabria, una città curata, elegante, che non puoi mai nominare senza evocare la sua compagna di sempre: Messina.
Passeggiare per le strade di Reggio significa vivere questo continuo accompagnarsi. Da ogni via del centro, da dietro l’eleganza dei palazzi, non appena si apre un varco ecco che si affaccia la Sicilia. E lasciando scivolare lo sguardo un po’ più a sud, si scorge l’Etna, maestoso, che in questi giorni ancora sbuffa fumo nell’azzurro, ricordandoci il suo cuore vivo e pulsante. Qui, l’Italia non è semplicemente una penisola; è un continuo cercarsi, incontrarsi, baciarsi.
Dal promontorio del Forte di Altafiumara — l’antica fortificazione a picco sul mare, proprio sotto il faro — ho atteso per un’ora e trentotto minuti esatti che il sole calasse dietro la costa. Dopo le tante, luminose albe vissute in questa estate appena trascorsa, questo tramonto aveva il sapore di un compimento. Davanti agli occhi, non un semplice panorama, ma la rassicurante concretezza della cartina geografica studiata per anni sui banchi di scuola, di colpo diventata tridimensionale: ed ecco spuntare all’orizzonte, nitide e fiere, Panarea, Vulcano e Stromboli. Quanto siamo ignari della bellezza, finché non ci fermiamo a guardarla in silenzio.
Ma lo Stretto non è solo geografia, è pura magia. È qui che prende vita l’effetto Fata Morgana. Si tratta di un affascinante e raro miraggio ottico: quando strati d’aria a temperature diverse si sovrappongono sulla superficie del mare, la luce viene deviata, creando una gigantesca lente d’ingrandimento naturale. È così che la Sicilia si solleva e si avvicina a tal punto che sembra quasi di poter spiare dentro le finestre delle case di Messina, di poter allungare una mano e toccare l’altra sponda.
E a fare da custodi a questo abbraccio visivo, svettano i due Piloni dello Stretto. Uno radicato in terra calabra, sulle alture di Santa Trada a Cannitello, l’altro piantato sulla sponda siciliana, a Torre Faro. Giganti di metallo che si guardano, si tendono l’uno verso l’altro. Un tempo erano fisicamente uniti da chilometri di cavi, attraversati dall’energia; oggi sono uniti solo dagli sguardi e dalla storia monumentale che hanno visto — e continuano a vedere — passare sotto di sé. Viene da chiedersi, fissandoli: quanta gente è passata di qui? Quante navi, quante speranze, quante esistenze hanno solcato questo lembo d’acqua che divide per finta e unisce per vocazione? Sono rimasti lì, sospesi come sentinelle di una memoria che non si stanca di vegliare.
E io sotto con tutti loro.
Forse è stato proprio guardando quell’acqua densa di miti e di correnti, protetta dall’ombra dei Piloni, che qualcosa è scattato. Mi sto preparando per la traversata dello Stretto. Per ora soprattutto mentalmente, una nuotata dopo l’altra, con una bracciata lenta e silenziosa, ma ora ne sono molto più convinto. Quel braccio di mare non è più solo un paesaggio da ammirare, ma un cammino liquido da affrontare, prima o poi.
Reggio Calabria è un inno alla bellezza del nostro Paese, un’Italia che ha solo bisogno di occhi disposti a meravigliarsi ancora. E noi de il Centuplo, con lo sguardo sempre rivolto verso il bello e il buono che ci circonda, non smetteremo mai di cercare, vivere e raccontare questo incanto.


