cultura

Un silenzio di sale e resina – di Benedetta Bindi

Che domenica mattina… Guarda che cielo terso, senza una nuvola, come fosse una tela celeste di stoffa. Proprio un giorno da partita di pallone. Che spettacolo, nonna Agnese — se fosse viva, l’avrebbe dipinto!

Riuscirai a vederlo tu, da dove sei?

Oggi è il tuo anniversario: sette anni esatti da quando sei volato via.

Come forse farebbe il pallone, se giocassimo ancora insieme.

Quanti ne sono finiti nel giardino del signor Fenu… Ricordi?

È ancora alto e secco, sai? Sempre con quei denti lunghi — “da cavallo”, dicevo da bambino, e tu ci ridevi.

Era gentile allora, come adesso. Doveva raccogliere spesso il nostro pallone. Era inevitabile che cadesse ogni tanto: “oltre il confine”, come dicevi tu, quando io lo tiravo da lui.

Però ce lo restituiva sempre, sorridendo.

Dicevi che lo faceva volentieri perché la nonna, ogni volta per scusarsi, gli regalava qualcosa di buono: melanzane alla parmigiana, uova ripiene, la pastiera… Come cucinava! Ho ancora il ricordo dei suoi piatti in bocca.

Adesso guardo il nostro campetto, nel giardino della casa al mare, quello in cui avevi messo due porte per me. È rimasto quasi uguale. Non ci ho fatto grandi modifiche, a parte togliere le reti e mettere un piccolo orto, come desiderava mia moglie.

Nessuno gioca più a pallone, qui.

Ho avuto solo una figlia femmina, Daria, e lei è imbranata con tutto ciò che è sferico: ama danzare.

E lo fa anche bene. I suoi saggi durano troppo poco: rimarrei ore a guardarla piroettare.

Lei è arrivata e tu te ne sei andato, come un cambio della guardia.

L’avresti adorata: è tranquilla, dolce, ha il tuo carattere.

Mi dispiace che tu non possa vederla.

O forse la vedi meglio di me.

Lo sai che mi emoziono guardando quel rettangolo verde dove tu ed io mettevamo i piedi?

Mi tiravi piano, per non segnare, per non leggere la delusione nei miei occhi a ogni gol subìto.

Ho capito che fingevi quando ti ho visto giocare con i grandi, allo stabilimento.

Un misto di emozione e rabbia mi ha attraversato il corpo, vedendo di che pasta eri fatto davvero.

Le tue prodezze facevano la squadra. E lì non tiravi certo piano.

Ero fiero di te. Di averti come padre.

Per questo, e per tante altre cose.

Una su tutte: il tuo amore per la poesia.

Ne scrivevi tante, ovunque. Anche in bagno.

Un giorno, addirittura, ne hai scritta una sulla carta igienica. E mamma:

«Lorenzo, ma per favore!»

Ricordo quando siamo andati insieme a Roma per la prima volta, la città dove ora vivo.

Eravamo solo noi due. In metropolitana hai scritto su un blocchetto i nomi delle fermate — o almeno una parte:

«Guarda, Giulio. Sembrano nomi di poeti: Garbatella, Colosseo, Castro Pretorio, Pietralata… mi viene un magone a pensarci

La tua mente non si limitava a guardare. Entrava dentro le cose. Le viveva.

A Ostia Antica, mi colpì che, invece di appassionarti alle rovine, mi hai detto:

«Che pini meravigliosi.»

Mi stupivi sempre.

Amavi il verde, conoscevi i nomi di tutte le piante, anche se negli ultimi anni mi dicevi spesso:

«Dimentico sempre più i nomi, ma non i ricordi. Quelli posso aprirli quando voglio, come fossero cassetti. Invecchiare è un privilegio, perché hai tanto tempo per te.»

Lo dicevi sorridendo.

Non mi hai mai parlato dei tuoi malanni. Nemmeno del più grosso, quello che ti ha portato via.

Quando ti hanno diagnosticato cosa avevi, mi hai solo detto:

«È la vita. Ma ho avuto tutto ciò che desideravo: una bella moglie, un figlio meraviglioso, dei buoni amici.

E ho insegnato quarant’anni italiano, agli asini, ai secchioni e a quelli in mezzo — ma ho amato ogni mio alunno. Anzi, forse di più i peggiori!

Ho pregato sempre a modo mio, perché all’origine di questo pazzo mondo un Dio c’è. Lui non è uno che ci giudica per i nostri sbagli, ricordatelo. Sa che siamo umani, ma si arrabbia se non amiamo la vita che ci è stata data, se non l’apprezziamo anche nelle difficoltà, se non seguiamo una passione. Qualsiasi essa sia , e se non rispettiamo il nostro prossimo”.

E ridevi. Ridevi sempre.

Hai sopportato senza arrabbiarti per anni, il mio essere poco incline allo studio. Al liceo sono stato anche bocciato.

Poi, all’università, sono fiorito — come dicevi tu a mamma, quando era disperata per i miei brutti voti:

«Non dannarti, Alberta. Un giorno fiorirà in qualcosa. Non è ancora il momento, deve prendere ancora della luce!»

Questo era mio padre: unico.

Si è addormentato il giorno di Pasquetta, nella casa al mare, con la sedia girata verso il nostro giardino.

Mia madre l’ha trovato con un libro di poesie sulle gambe e gli occhiali riversi a terra.

Il suo urlo avrà spezzato il silenzio tutto intorno.

Un silenzio che, come dicevi tu, al mare sapeva: «Qui è tutta un’altra cosa, sa di sale e resina.»

Lo dicevi con la tua voce profonda e il tuo accento partenopeo.

Eri poetico. E ipnotico.

Ricordo che un giorno, avrò avuto nove anni, o poco meno,  hai abbracciato me e la mamma e hai detto:

«Se il mondo finisse, io vorrei essere qui, con voi

E io ti ho  chiesto:

«Ma perché il mondo dovrebbe finire, papà?»

Tu stringendomi hai detto:

«Era per dire, Giulio. Era solo per dire.»

E oggi capisco che tutto era davvero per dire.

Per dire che si ama. Che si resta, anche quando si parte.

Che niente finisce davvero, se c’è un luogo dove vive il ricordo di te.

Dove due o tre palloni sgonfi, coperti di polvere in cantina, mi chiamano piano.

Senza voce.

Ma io sento.

Qui, mentre sono solo, in silenzio, nella mia casa al mare.

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