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Voci di Napoli: un altro prodigio teatrale di Beatrice Fazi

Ancora una volta Beatrice Fazi ci ha incantati. Sabato 17 abbiamo assistito a “Napoli, donne e rivoluzione”, uno spettacolo intenso che ci ha raccontato la storia di Gloria Carafa, figlia di un libraio illuminista, che caduta in disgrazia custodisce come il tesoro più prezioso una stampa dell’Encyclopedie di Diderot lasciatale dal padre.

Gloria ha un sogno: liberare attraverso la cultura Napoli e i napoletani, offrire un futuro ai lazzari che popolano i bassi e di cui Assunta, la sua piccola servetta, ne è il simbolo più verace. Pur di riportare in auge la stamperia del padre, Gloria accetta anche un fidanzamento di convenienza con don Gegè, un uomo tanto ricco quanto disgustoso, che la zia, una nobildonna altezzosa, ma pratica e lungimirante, le rifila come unica possibilità.

Gloria crede nella rivoluzione del 1789 e sogna insieme a tanti altri intellettuali napoletani che lo stantio Regno di Ferdinando II di Borbone stia per cedere il posto a un futuro di libertà e democrazia. Purtroppo i tempi non sono maturi e forse non lo saranno mai. La Repubblica partenopea crolla dopo pochi mesi e si trascina dietro innumerevoli esistenze: i capi rivoluzionari verranno impiccati, Gloria sarà costretta all’esilio negli Stati Uniti e Assuntina tornerà nel suo basso a vendere il suo corpo per un pezzo di pane.

La speranza è affidata a ciò che lo spettacolo non racconta, l’impegno di Gloria, una volta arrivata in America, nell’istruzione dei giovani immigrati italiani.

Il testo di Pierpaolo Palladino, adattato da Roberto Marafante è assolutamente convincente, sia dal punto di vista storico sia da quello emotivo, ma permettetemi di dire che è l’interpretazione di Beatrice Fazi a lasciarci ancora una volta di stucco: una vicenda con più personaggi che si muovono liberamente tra interni angusti e esterni affollati, piani temporali diversi, continui passaggi tra ciò è vero, ciò che si ricorda e quello che scorre nell’animo, il tutto messo in scena da un’unica attrice con una precisione e una verità che hanno dell’incredibile.

Passando con una rapidità impressionante dal dialetto quasi incomprensibile del popolo più abietto all’italiano regionale sofisticatissimo della nobiltà napoletana, la Fazi, col solo aiuto di scelte scenografiche volutamente scarne, ha costruito sul palco del Teatro 7 Off un universo ricchissimo da cui siamo stati letteralmente avvinti, tanto che a fine spettacolo nessuno di noi avrebbe saputo dire con certezza se in quella prigione borbonica ci fosse rimasto un’ora o qualche mese e se “lu surice” che molestava Gloria ci fosse stato davvero o no.

Gloria, Assunta, Don Gegè, la donna del mercato si sono avvicendati davanti ai nostri occhi, ognuno con le sue caratteristiche linguistiche, caratteriali, prossemiche, ognuno col suo mondo ed è incredibile pensare che dietro ognuno di loro ci fosse una sola persona, una sola voce, un solo cuore. Grazie Beatrice Fazi per questo nuovo regalo!

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