editoriali

La cioccolata più buona l’ho bevuta al carcere di Rebibbia

Un giorno assolato illuminava il complesso di Rebibbia. Mentre percorrevo la strada che mi separava dal portone del braccio femminile, camminavo lentamente godendomi quel tepore spezzato solo dall’aria pungente dell’inverno. Mi si affastellavano tanti pensieri ed emozioni, ero come percorsa da un brivido che si estendeva dal capo alla punta dei piedi. Ero emozionata, non capita tutti i giorni di poter essere ospitata da un gruppo di donne private dalla libertà. Mi chiedevo se gli sarei piaciuta, mi chiedevo se mi avrebbero accettata, soprattutto perché sono un’assistente sociale, quindi rappresento qualcosa che nel loro immaginario porta alla mente scenari funesti, fatti di privazione e dolore.

Si, ero spaventata, mi chiedevo come avrei potuto trasmettergli quello che sono e quello che è il mio mestiere, un mestiere che adoro e che per me rappresenta una possibilità di cambiamento, che crea spazi di accoglienza, di solidarietà e reciprocità. Mi chiedevo come creare una frattura nel muro del loro pregiudizio come spiegare che esiste un altro servizio sociale, diverso da quello di cui si parla sui media e da quello deturpato da chi ne fa uno strumento di “oppressione” di chi vive ai margini, un servizio sociale che si fonda sulla consapevolezza che tutti devono e possono avere una possibilità di “risorgere” perché in ognuno c’è una risorsa, una speranza.

Tutti questi pensieri e sentimenti si sono sciolti, come di incanto, nei sorrisi e nelle lacrime di queste donne sedute con me in un cerchio. Un cerchio in cui eravamo tutte uguali accomunate dal fatto di essere donne… in quel cerchio si sono dipanate chiacchiere irriverenti, profonde, intime, dolorose, ma anche sorrisi e voglia di camminare insieme con il nostro bagaglio umano e perché no, voglia di prenderci per mano per un tratto di strada.

E’ vero non siamo uguali, loro dentro ed io fuori, loro segnate da destini crudeli ed io privilegiata. Ma la diversità non preclude l’incontro, lo scambio, la solidarietà…. E in quel cerchio ci siamo narrate esperienze di vita e ci siamo nutrite reciprocamente.

E alla fine mi resta il sapore di quella cioccolata calda con panna sorseggiata con loro, la migliore che abbia mai assaggiato, mi resta la vitalità dei calzettoni color pavone di una di loro, mi resta la speranza dei loro occhi lucidi, sorridenti e spavaldi… e si rinnova la convinzione che esiste un altro mondo possibile se si è capaci di incontrarsi e mettere da parte i nostri pregiudizi.

Francesca Gremigni – Assistente sociale

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