cultura

L’insegnante – un racconto di Benedetta Bindi

Non è curioso come i versi delle canzoni restino incastrati nella memoria così a lungo? Se lo chiedeva Raffaella mentre s’infilava nei corridoi della metropolitana, sistemandosi sulle spalle lo zaino di tela rossa, gonfio di libri fino a scoppiare.

Quel pomeriggio l’aspettava un blocco unico dalle due alle otto. Una di quelle giornate fitte in cui tra una lezione e l’altra restano appena cinque minuti: il tempo di correre in bagno, dare un’occhiata rapida al telefono o buttare giù un caffè amaro. Gli studenti stranieri erano tanti, tutti con addosso quella fretta un po’ disperata di imparare l’italiano per rimettere insieme le loro vite. Raffaella insegnava ormai da vent’anni, ma dentro di sé sentiva ancora lo stesso entusiasmo del primo giorno.

A Madi dovrei proprio cambiare metodo, pensò. Le regole non gli entrano in testa; gli farò imparare le canzoni, è l’unica.

Mentre lo rifletteva, un uomo anziano e molto grasso le si sedette accanto sui sedili del vagone. Raffaella sentì la ciccia di lui spingere contro la propria coscia e, d’istinto, provò il desiderio quasi fisico di alzarsi e allontanarsi. Per fortuna la sua fermata arrivò subito. Ma come si fa a lasciarsi andare fino a pesare centoventi chili?, si disse mentre saliva le scale mobili. Poi si rimproverò subito per quel pensiero meschino. Chi era lei per giudicare? Stava forse diventando come Mariangela, la nuova collega della porta accanto? Quella che girava avvolta in un profumo francese troppo forte, sempre perfetta dai capelli fino alle scarpe, pronta a criticare chiunque e a guardarla sempre dall’alto in basso.

Il pensiero tornò a quello che era successo a scuola la settimana prima. Credendosi sole nel corridoio deserto, Mariangela si era avvicinata con fare confidenziale: «Certo che tu, Raffaella, certe sere prendi la metro davvero tardi. E poi abiti vicino alla stazione… è pieno di immigrati, io morirei di paura!» «A qualcuno di loro, ti ricordo, insegniamo l’italiano noi due», aveva risposto lei, cercando di mantenere il tono calmo. «Sì, ma i nostri sono ragazzi perbene, più o meno. E comunque qui dentro mi sento tutelata. Fuori è un’altra storia». «Pensi davvero che uno di loro ti farebbe del male solo perché è straniero? Potrebbe fartelo chiunque, anche un italiano». «Fai tanto la radical chic di sinistra, Raffaella, poi vedrai se un giorno ti capita qualcosa!»

Poco più in là, la porta di un’aula era rimasta socchiusa. Alcuni studenti erano restati a studiare quasi  al buio e, dopo aver sentito le parole di Raffaella, erano usciti in silenzio. George, un ragazzo marocchino, e con lui Brian e Carlos, due ragazzi somali, le avevano rivolto un piccolo cenno d’intesa con la mano, senza degnare Mariangela di uno sguardo. Da quel pomeriggio, però, tutti e tre non si erano più presentati a lezione, e lei non si dava pace per questo.

Raffaella era in anticipo di dieci minuti. Si fermò al bar sotto l’istituto e ordinò un tè freddo. Guardò fuori dalla vetrata. Le parole della collega le pesavano ancora addosso, ridicole eppure capaci di rovinare la giornata.

Le tornò in mente la sua professoressa d’italiano del liceo, quella che l’aveva rimandata a settembre per non aver mandato a memoria un paio di date di Ugo Foscolo.

Era esattamente come Mariangela: rigida, cieca. Ma la vita, pensò Raffaella muovendo il ghiaccio con la cannuccia, ha questo strano modo di far ritornare le persone. Cambiano solo aspetto.

Come Susan, la ragazza eritrea a cui s’illuminavano gli occhi ogni volta che riusciva a pronunciare una frase corretta. Quando Raffaella la lodava davanti a tutti, Susan abbassava lo sguardo, emozionata; se fosse stata bianca, la si sarebbe vista arrossire fino alle orecchie. Era bella e partecipe esattamente come Marta, una compagna del  liceo che aveva frequentato, che Raffaella non vedeva da trent’anni.

Uscì dal bar. Era un pomeriggio d’autunno limpido e ventilato, pieno di sfumature gialle e verdi, sovrastato da un cielo di un blu così intenso e piatto che le ricordò subito la scatola di latta della crema Nivea che sua nonna teneva sul comodino nella casa al mare.

«Professora!»

Jasmine le veniva incontro trotterellando, avvolta in uno stretto abito a  fiori colorati, i denti bianchissimi che risaltavano nel sorriso. A guardarla con quel suo passo svelto e la parlantina inarrestabile, le sembrò per un attimo sua nonna Matilde: stessa generosità, stessa incapacità di stare zitta.

«Prof! Le ho portato le Frituras de Malanga! È un tubero cubano. C’è aglio, prezzemolo, uovo… riquísimo! Buono!»

Raffaella prese il cartoccio ancora caldo e l’abbracciò, stringendo forte quel morbido  corpo avvolto nei colori. Pensò a quel poco che Jasmine possedeva, e a come non si facesse mai scrupoli a dividerlo con gli altri, e alla sua fede nella vita, nonostante ogni giorno le notizie che arrivavano da Cuba, la sua città, doveva aveva genitori, sorelle, nipoti, amici, fossero per nulla confortanti.

Salendo i gradini dell’istituto, con lo zaino pesante che le segnava la spalla e il profumo di fritto nell’aria, Raffaella si sentì improvvisamente leggera. In fondo, rifletté spingendo la porta di vetro, il suo non era solo un lavoro: era l’unico modo che conosceva per continuare ad imparare qualcosa ogni giorno.

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