La vittoria di Zverev ci ricorda di prendere per mano il bambino che eravamo
Non posso fare a meno di guardare le foto di Zverev che circolano oggi senza emozionarmi ancora.
Se vi fermate un attimo e le guardate con il cuore, prima che con gli occhi, vedrete da una parte lo sguardo smarrito, quasi incredulo, di un gigante di due metri che ha appena messo a segno l’ultimo punto a New York, così immerso nella sua trance agonistica da non aver nemmeno realizzato di aver vinto il torneo. Dall’altra vedrete quelle lacrime pulite, scese sul podio davanti a tutto il mondo, quando la voce si è spezzata. Se guardate bene quegli occhi, oltre i riflettori e la gloria immensa di questo trionfo, potete vedere solo una cosa: un bambino di quattro anni che ha appena realizzato i suoi sogni, quando tutti gli dicevano che era impossibile.
Dobbiamo fare un salto all’indietro per capire il peso di quelle lacrime. A quell’età, a Sascha diagnosticarono il diabete di tipo 1. Una sentenza silenziosa vissuta nella paura, come lui stesso ha raccontato di recente ricordando i suoi inizi: «I miei genitori erano nervosi e spaventati. Mia madre ha pianto. Mi è stato detto: ‘Devi smettere di giocare a tennis. Non c’è modo che tu possa diventare un atleta professionista con il diabete. È impossibile giocare uno sport così fisico.’ Tutto questo mi è rimasto davvero impresso nella mente e mi ha turbato, a dire il vero». E la cosa più incredibile è che questa sua condizione Sascha l’ha rivelata solo pochissimo tempo fa. Lo ha fatto su esplicita richiesta da parte dell’associazione diabetici, che ha giustamente ritenuto che il suo esempio potesse incoraggiare tanti giovani disperati, convinti di avere delle limitazioni insuperabili a causa della malattia.
Quello che è certo è che qualunque risultato questo ragazzo abbia ottenuto, gli è sicuramente costato molto di più che a tutti gli altri. L’incognita degli infortuni appartiene a tutti gli atleti, ma il diabete di tipo 1 è una malattia davvero subdola e difficile da tenere sotto controllo. La gestione dell’insulina è qualcosa di maledettamente complicato: a volte il dosaggio risulta troppo alto, a volte troppo basso, e tu non puoi saperlo fino a dopo che ti sei fatto l’iniezione. Ogni singolo istante della tua vita è condizionato da quella malattia. Ogni cibo che ti metti in bocca provoca una reazione che non è mai uguale a quella precedente. Non hai mai tregua, non puoi smettere di essere diabetico neanche per dieci minuti.
Questo ragazzo ha dovuto veramente faticare e sputare sangue più di tutti gli altri per arrivare dove è arrivato. Quelle interminabili punture di insulina tra un game e l’altro, quei quindici anni di frustrazioni vissuti con l’etichetta pesante di essere “il primo dei perdenti”, quelle cinquanta sconfitte accumulate sul campo contro fenomeni assoluti del calibro di Djokovic, Federer, Nadal, Murray, Del Potro, Alcaraz e Sinner… adesso tutto ha finalmente un senso. Sono tutti grandi campioni a questi livelli e fanno tutti sacrifici enormi, ma il prezzo che Sascha paga quotidianamente è un po’ più alto. Lo si è visto chiaramente anche in campo nella finale vinta ieri contro Shelton, con quel leggero e fisiologico calo nel terzo set avvenuto proprio dopo l’iniezione, prima di rientrare in quella trance agonistica totale che lo ha isolato dal mondo fino al match point.
Quando la mente è tornata sulla terra e ha realizzato, il ponte con il passato si è riacceso all’improvviso. In quel secondo, sul podio, Zverev si è commosso apertamente davanti a tutto lo stadio. E mentre parlava ai ventimila spettatori presenti, stringeva la mano a quel bimbo di quattro anni rimasto in una stanza d’ospedale, dicendogli: “Vedi? Avevamo ragione noi”.
Ed è proprio da questo istante che dobbiamo trarre la spinta più grande per le nostre vite. Spesso ci sentiamo schiacciati dalle nostre fragilità personali e da quegli ostacoli silenziosi che nessuno vede ma che condizionano ogni nostro passo. Ci convinciamo che per fare qualcosa di grande serva una condizione di partenza perfetta, o che i nostri limiti fisici, emotivi o familiari siano gabbie da cui è impossibile evadere.
Guardare Sascha significa capire che la nostra forza non sta nell’essere impeccabili o immuni dal dolore, ma nell’imparare a camminare insieme alla propria fatica, senza permetterle di decidere dove possiamo arrivare. Diventa un invito a smettere di piangersi addosso per ciò che ci manca e a iniziare a lottare con ciò che abbiamo, scoprendo che proprio dentro la debolezza più grande si nasconde il motore del nostro riscatto.
Prendiamo allora anche noi in mano il bambino che eravamo, quello che custodiva i sogni più puri prima che il mondo gli spiegasse quanto fosse difficile realizzarli. Stringiamogli la mano di fronte alle nostre fatiche quotidiane e ricordiamogli che vale la pena continuare a lottare.


