La lezione della carota – un racconto di Benedetta Bindi
Mila aveva detto: “Non sprecare la carota”. Per pulirla, in effetti, avevo tagliato via gran parte della polpa esterna. Da quella frase presi coscienza, per la prima volta, della differenza tra me e lei.
Io ero cresciuto avendo tutto; lei no.
Mila era figlia di madre cilena e padre italiano. Lui, originario di un paesino del Trentino, era un uomo lungo e magro, con occhi celesti, gli stessi che aveva ereditato la figlia. Sua madre era scura di pelle, minuta, con un viso bello da parer disegnato. Ricordo ancora la foto dei suoi in una cornice a cuore, posata su un comodino, fatto con una cassetta della frutta da lei dipinta di rosso come l’armadio.
Conobbi Mila all’università: faceva due lavori per mantenersi, dava ripetizioni ai ragazzi del liceo su qualsiasi materia e la domenica accudiva una signora anziana. Io vivevo ancora con i miei genitori in un grande appartamento dove avevo sempre pronto il pranzo e la cena .
Lei abitava al Pigneto, un quartiere del quale non sapevo nemmeno l’esistenza, sulla Prenestina. Oggi è di moda e ben collegato ma allora non lo era affatto. Arrivavo da lei in moto e avevo sempre paura di non ritrovarla. Il suo piccolo appartamento cadeva a pezzi e puzzava di muffa, per questo accendeva sempre l’incenso. Mila ci stava bene, diceva che almeno le permetteva di vivere da sola.
Ho trascorso le ore più belle della mia vita lì dentro; ho imparato tanto, anche se l’ho capito solo molto più tardi.
Un giorno mi disse: “Sai che sono l’unica della mia famiglia a frequentare l’Università? Non voglio fare la fine di mia madre o di mia zia; non mi va di pulire le case degli altri, mi basta pulire la mia. Mio padre ripara e affitta biciclette, ha solo la terza media. Io, invece, ho scoperto da piccola che le parole sono come cucire alla cieca: mi sono innamorata di loro e loro di me”.
Rimasi muto. Ci frequentavamo da tre mesi e non mi aveva mai parlato con tale schiettezza dei suoi. Mia madre faceva l’insegnante, mio padre era un avvocato e io stavo studiando per seguire le sue orme. L’idea che sua madre facesse lo stesso lavoro di Maria, la signora che ogni giorno mi sistemava la camera, mi colse di sorpresa. Mila era sveglia e, leggendo il mio sconcerto, aggiunse subito: “Se vivo in questa topaia, pensavi forse che fossi figlia di una principessa?”
Poi scoppiò a ridere. Era così bella che avrebbe potuto esserlo davvero. Anche lei studiava legge.
“Per andare al liceo classico impiegavo un’ora ogni mattina”, mi raccontò un’altra volta.
“Durante tutte le elementari invece andavo ogni pomeriggio all’officina di mio padre, perché mia madre era sempre via per lavoro. Lì trovavo i miei cugini; mi accettavano a malincuore, senza parlarmi o considerarmi. Ero il frutto di uno ‘sbaglio’. Loro volevano per lo zio una donna del posto, non una cilena che puliva negli alberghi. Per questo sono scappata a Roma: non ho mai sopportato i miei parenti, anche se mia madre li ha sempre perdonati”.
Mila parlava poco, oppure era un fiume in piena. Quando le chiesi se la sua infanzia fosse stata noiosa o infelice, mi rispose di no: “Sono sempre stata ottimista. Si annoiano solo le persone incapaci di partorire un progetto, quelle che non credono nel domani”. Poi mi baciò e io sprofondai tra le sue braccia.
Ricordo un giorno in cui ero nervoso per un esame andato male. Andai da lei, che invece prendeva sempre il massimo dei voti, e fui insopportabile. Mi lamentai dell’odore di muffa perché aveva finito gli incensi, e del freddo, perché per risparmiare teneva spesso i termosifoni spenti. Mangiammo pasta all’olio perché la sua dispensa a fine mese era vuota. Io, che non mi ero nemmeno degnato di portarle qualcosa e mi permettevo anche di fare il bambino viziato. Litigammo.
Tornai il giorno dopo per scusarmi, con una lasagna e dei fiori, le dissi che senza di lei mi sentivo morire.
Rispose: “Costruire la vita è più difficile che morire, l’ha detto un poeta russo”. Ci abbracciammo.
Dopo la sua laurea, decise di partire per il Cile, dove una cugina di sua madre aveva aperto uno studio legale che stava andando a gonfie vele. Cercai di dissuaderla, ma fu irremovibile: “Se mi va bene, porterò lì anche mia madre. Niente schiena spaccata e niente parenti che la guardano come una nullità”.
“E tuo padre?” chiesi.
“Ripara biciclette da quando ha dodici anni. Ora ne ha quasi sessanta, potrebbe anche bastare!”.
Dovevo laurearmi e pensare al mio ultimo esame; inoltre mi aveva ferito nell’orgoglio, non avrei mai immaginato che lasciasse l’Italia.
“Vuoi andare? Vai!” le dissi la sera prima che partisse mentre sentivo nel cuore un buco che si allargava a dismisura. Lei rispose solo: “Devo”.
L’altro giorno ho visto la sua foto sul giornale: Mila è diventata una figura di spicco di un’organizzazione umanitaria mondiale. Io ho ereditato lo studio di mio padre. Anche la mia vita va bene, non mi lamento. Ma ancora adesso, quando pulisco una carota, sto attento a non sprecarla. E ancora adesso, a volte, mi sveglio di notte e sento l’odore di muffa e mi manca.


