Come un padre – un racconto di Benedetta Bindi
Quando zio Giulio aprì la porta aveva un’espressione triste e preoccupata.
Si passò il palmo della mano sulla testa calva, con quel gesto che faceva ogni volta che qualcosa gli girava in testa. Lo conoscevo così bene che non ebbi bisogno di chiedergli nulla.
Mia madre mi lasciava con lui per interi pomeriggi, a volte per giornate, da quando mio padre ci aveva lasciate. Non per sua scelta. Il destino aveva deciso per lui.
Mio padre e suo fratello erano diversi in tutto.
Con zio Giulio si andava nei musei, al cinema, in libreria, nei ristoranti a mangiare il pesce. Con papà si andava alle giostre, al mare d’inverno a far volare gli aquiloni, a prendere un gelato o, senza dirlo alla mamma, una vaschetta di patatine fritte sommersa di salse da mangiare davanti a un film di supereroi.
Credo che avrebbe continuato a farlo per tutta la mia adolescenza, se avesse avuto la possibilità di scegliere.
Dopo di lui ero diventata diversa.
Mentre le mie amiche vivevano quegli anni con la spensieratezza di chi pensa di avere tutto il tempo del mondo, io avevo cominciato a stare attenta a tutto. Dentro il mio corpo da ragazzina sembrava essersi sistemato un adulto prudente, sempre un po’ in allerta.
A zio Giulio piaceva quando gli dicevano:
«Che nipote seria ed educata. Sembra già una donna.»
Lui sorrideva. Mia madre ancora di più.
Papà, invece, di serio aveva solo il cognome: Imponente.
Andrea Imponente era alto, aveva le spalle larghe, una mascella importante e un sorriso capace di cambiare la giornata a chiunque. Dietro quell’aspetto da uomo adulto c’era un ragazzino che continuava a meravigliarsi delle cose.
Mia madre aveva avuto parecchi pretendenti. Era bella, lo è ancora, e credo che abbia scelto lui proprio per questo: perché era quel genere di persona che spara alle nuvole quando si addensano sopra le persone che ama.
Quella è forse la cosa più bella che mi ha lasciato.
Oltre al sorriso.
Lo ritrovai nella fotografia appesa all’ingresso proprio quella mattina, quando zio Giulio mi aprì la porta.
Era lunedì. C’era un sole limpido e io ero appena uscita dall’aula magna dell’università con il cuore che sembrava troppo grande per stare nel petto. Tra tre giorni sarei diventata dottoressa in Biologia.Pensai a papà.
Speravo che, da qualche parte, riuscisse a vedermi.
«Zio, che succede? Hai un’aria…»
Entrai nel suo grande soggiorno bianco, ordinato e silenzioso, come erano diventate le case senza bambini.
«Niente. No, no.» Si fermò un momento. «Stavo solo pensando.»
Poi aggiunse:
«Tu andrai in Francia e io… io mi sto facendo vecchio, Giorgia.»
Lo guardai meglio. Era vero. Era diventato magro, quasi minuto. La pelle chiara gli si era fatta sottile e le rughe gli correvano intorno agli occhi e alla bocca. Camminava ancora dritto, con quella sua aria dignitosa, ma sembrava occupare meno spazio di un tempo.
Aveva ottant’anni e ne dimostrava anche tre quattro in più. Io ero abituata a pensare a lui come a qualcuno che ci sarebbe sempre stato.
«Sai, Giorgia, quando si diventa vecchi ci vuole tempo per fare tutto. Per fare un bagno, per preparare le medicine, per vestirsi. Una buona parte della giornata se ne va così.»
Si sedette.
«Ricordi quante cose facevamo insieme?»
Annuii. Avevo già un nodo in gola.
«Adesso ogni giornata è uguale a quella prima. Perfino il cibo ha sempre lo stesso sapore. Pomodori, zucchine, peperoni, cavoli…»
Si fermò, pensieroso.
«Ma non potrebbero inventarla, una verdura nuova?»
Mi scappò un sorriso. Lui sorrise a sua volta, ma durò poco.
«Tu hai dato un senso alla mia vita.»
Abbassò gli occhi.
«E adesso che parti sono felice per te. Davvero. Immensamente felice. Però mi chiedo… per cosa vivrò, adesso?»
Tornò a passarsi la mano sulla testa. Da bambina adoravo farlo io, quel gesto. Gli spettinavo la pelata con il palmo e lui fingeva di offendersi. In quel momento pensai a quante volte mi aveva tenuta per mano.
Quando avevo paura.
Quando aspettavo mia madre fuori da ginnastica.
Quando dovevo scegliere quale libro comprare.
Quando mi accompagnava al cinema.
Quando mi portava a mangiare il pesce e io ordinavo sempre la solita pasta alle vongole.
Non aveva mai cercato di essere mio padre.
Forse era proprio per questo che, in qualche modo, lo era stato.
«Zio, senza di te non sarei quella che sono.»
Lo dissi piano.
«E senza di te questa laurea avrebbe un altro sapore.»
Lui alzò gli occhi.
«A Parigi mica ci rimango per sempre.»
Non sapevo se fosse vero. In quel momento non lo sapevo affatto.
«Ci sono un sacco di musei che dobbiamo andare a vedere!»
«Ancora?» disse lui.
«Ancora.»
«E quali?»
«Cominciamo dal Louvre.»
Lo abbracciai.
Era la prima volta che lo facevo così forte. Sentii la sua camicia fresca di bucato, il suo profumo agrumato, buono, e il suo corpo ossuto stretto sul mio petto. E proprio in quel momento ho avuto una certezza: l’amavo come un padre.


