La solitudine del sacerdote
In questi giorni si è scritto troppo e si è parlato tanto della solitudine dei sacerdoti. Personalmente qui ascolto, confesso e accompagno tanti sacerdoti. Credo che scegliere Gesù crocifisso e il Vangelo ti fa andare controcorrente e ti fa sentire “solo” anche alle volte all’interno della Chiesa. La crisi di tanti sacerdoti, secondo me, nasce dalla poca preghiera, dalla mancanza di una vita spirituale intensa e lo scarso contatto con le persone. Quando manca tutto ciò, si pensa alla carriera, al vestito da indossare, al parlare male degli altri sacerdoti e tutte le “piccole o grandi” dipendenze del mondo. Il Signore ci ha scelti non per fare i manager o gli amministratori del sacro, ma per essere pastori in mezzo al gregge.
Andate in mezzo ai lupi, ma non lasciatevi sbranare, perché ci sono Io con voi! Ci sono tante derive nei seminari e nei conventi: dallo psicologismo, dove si elimina la grazia di Dio, allo spiritualismo, dove si elimina l’umanità. Il sacerdote non è un angelo, ma è un uomo che ha bisogno di essere amato, cioè che un vescovo, un superiore o un fedele gli dica solamente:
“Come stai? Hai bisogno di qualcosa? Ho stima di te, ti voglio bene”.
La disumanità, la diffidenza, il sospetto, l’invidia, il pettegolezzo, la calunnia, la possessività e la gelosia pastorale fanno sentire soli e se non hai una grande fede e un grande umanità ti abbandoni nei vizi mondani.
Posso testimoniare che sono molto felice dell’essere sacerdote e chi mi conosce lo sa bene. Il mio motto è: “Sii felice e rendi felici gli altri!”.
fra Emiliano Antenucci


