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Il Sette di fiori – un racconto di Benedetta Bindi

Le cicale stridevano, mentre lui, in giardino, leggeva un libro.

Era d’estate, il ricordo gli fiorì nella mente, un’improvvisa esplosione di luce contro il buio della stanza. E poi d’improvviso Beatrice correva sulla sabbia, con il suo costumino con la coccinella sulla pancia, e una conchiglia stretta nel pugno come un segreto prezioso. E Anita, che rideva sulla riva, l’abbracciava e la stringeva tra le braccia.

Per un istante infinito, fu tutto così dolorosamente vivo da fargli mancare il respiro.

Poi, la voce rauca di Simone stracciò il velo del ricordo, riportandolo violentemente nella stanza.

«Tocca a te.»

Claudio tese la mano e pescò una carta.

Il cartoncino scivolò tra le dita con un fruscio secco, un suono di foglie morte.

Il sette di fiori.

Rimase immobile a fissarlo, come se quel piccolo rettangolo bianco avesse appena pronunciato una sentenza inappellabile.

La lampada pendula illuminava il tavolo coperto da un panno verde logoro, i posacenere colmi di cicche spente, una bottiglia di whisky ormai mezza vuota e bicchieri di vetro opaco.

Le mani di Simone, dall’altra parte del tavolo, erano ancora nere di grasso, le unghie mangiate. I peli rossicci sulle nocche sembravano fili di rame ossidato. Con la sinistra stringeva le carte, con la destra una sigaretta consumata fino al filtro. L’unghia dell’indice era ingiallita dalla nicotina.

Gli altri due uomini tacevano.

Il negoziante era belloccio, con il volto di chi trascorre i pomeriggi al circolo: abbronzato, occhi chiari. Un sorriso cortese, pronto a sparire non appena si trattava di contare il denaro.

L’ingegnere, invece, aveva qualcosa di inquietante. Alto, magro, con il completo perfettamente stirato, un volto lungo, pelle chiara, occhi piccoli come due spilli e neri. Quella bocca leggermente storta pareva un ghigno congelato anche quando restava immobile. Beveva alcol come fosse acqua, un rituale meccanico e privo di piacere.

Sorrise, quando buttò sul tavolo il suo poker d’assi.

Fu lui a prendere l’orologio di Claudio.

Con un gesto rapido, il Rolex scivolò nella sua tasca, scomparendo come un ricordo rimosso.

In quell’istante Claudio non perse soltanto un orologio.

Perse suo nonno.

Perse il tempo trascorso insieme, le passeggiate, i racconti.

Perse la certezza che, in fondo al pozzo più profondo, esistesse ancora una corda alla quale aggrapparsi.

Nella sua testa, fu come se si fosse allentata la vite fondamentale su cui si reggeva l’intera sua esistenza. Niente faceva più presa su nulla. Per quanto provasse a stringerla, girava ormai a vuoto, inutilmente.

Pensò che l’unica scelta possibile fosse farla finita.

Aveva deluso tutti. Soprattutto se stesso. Aveva creduto, scioccamente, di potersi rifare con quella maledetta partita, di riprendersi la famiglia con un colpo di fortuna.

Tre mesi prima aveva perso il lavoro. Anita, per fortuna, era un’insegnante e i suoceri, conoscendo la situazione, non facevano che portare pacchi di spesa. Claudio provava una vergogna tremenda. Una vergogna che si era trasformata in un’ossessione: perché era stato scelto proprio lui? Perché lui e un suo collega erano stati mandati a casa, con la scusa che l’azienda, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, non fatturava abbastanza?

Incapace di reggere il peso di quelle mura silenziose, usciva ogni mattina. Si rifugiava in un bar con il computer per inviare curricula ed e-mail che non ricevevano mai risposta. Già all’ora di pranzo cominciava a bere, per anestetizzare il fallimento. La sera tornava a casa ubriaco. Un giorno, accecato dalla rabbia perché il suo collega aveva trovato un nuovo lavoro, aveva spaccato un vaso, insultato Anita per una sciocchezza e fatto piangere sua figlia. Quella sera stessa era stato cacciato di casa.

Non aveva avuto il coraggio di chiamare Luca o Alfredo, i suoi amici più cari. Loro avevano una vita quadrata, un lavoro vero, una famiglia felice. Aveva chiesto aiuto a Simone, il meccanico, un uomo semplice che si era sempre mostrato generoso, persino quella domenica mattina in cui Claudio era rimasto a piedi per un fusibile bruciato. Così il suo letto era diventato un materasso buttato a terra in mezzo all’officina, tra odore di olio e metallo freddo.

Quella notte, però, Claudio non si stese su quel materasso.

Vagò per due ore nella nebbia della città, stringendo tra le mani una bottiglia di vodka che svuotò fino all’ultima goccia.

Alle quattro del mattino si ritrovò sul ponte.

Salì sul parapetto, le gambe tremanti, il cuore che batteva un ritmo irregolare.

Il fiume scorreva lento, sotto di lui, nero come petrolio,  prometteva l’oblio.

Abbassò lo sguardo.

Per un attimo infinito, gli sembrò di vedere riflesso sulla superficie increspata il volto di Beatrice, nascosta dietro Anita con gli occhi pieni di paura.

Chiuse gli occhi, per cancellare quell’immagine, per cancellare se stesso.

Una fitta dolorosa gli attraversò il petto.

Fu allora che una voce, vicinissima, quasi un sussurro del vento, disse:

«Pensi davvero di risolvere così?»

Si voltò di scatto, rischiando di perdere l’equilibrio. A pochi passi da lui c’era una bambina di quattro o cinque anni. Indossava un semplice cappottino rosa. Due trecce castane e un elegante cappellino bianco Teneva un quaderno stretto al petto. Lo guardava senza paura, con una serietà ostinata. Con quella sapienza antica che hanno i bambini, quando sembrano ricordare qualcosa che gli adulti hanno dimenticato.

«Vai da tuo zio Vincenzo.»

Fece una pausa, il tempo di lasciar cadere le parole nel silenzio.

«Ti aspetta.»

Poi sorrise appena, un sorriso che illuminò l’oscurità.

«Digli che è ora di fare pace. Tuo padre non avrebbe voluto vedervi così.»

Abbassò lo sguardo sul libro, lo aprì lentamente.

«Lo scrivo qui.»

Sfogliò una pagina bianca, intonsa.

«Così non si cancellerà più.»

Quando Claudio batté le palpebre, per scacciare l’ultima lacrima… la bambina non c’era più. Svanita nel nulla, come se non fosse mai esistita.

La mattina seguente, un ragazzo che faceva jogging vide un uomo disteso sul marciapiede, ai piedi del parapetto. Rannicchiato su se stesso, come un feto. Immobile. Sul volto, però, c’era un sorriso. Un sorriso strano, che non apparteneva a quel luogo né a quell’ora.

«Presto! Credo sia morto!»

Il vigile si avvicinò, con passo cauto. Lo osservò attentamente. Poi scosse la testa con un sorriso indulgente.

«Macché morto… questo ha soltanto bevuto troppo.»

Una mano robusta gli scosse la spalla. Claudio aprì lentamente gli occhi. Si rialzò con fatica, ogni muscolo doleva per il freddo e la posizione innaturale. Eppure, dentro di sé, qualcosa era incredibilmente leggero. Una leggerezza che aveva dimenticato potesse esistere. Non sapeva se quella bambina fosse esistita davvero. Un sogno generato dall’alcol? Un’allucinazione della disperazione? Un miracolo?

Non importava.

Per la prima volta dopo mesi interminabili, non stava pensando a come morire. Stava pensando a come ricominciare.

Quando spinse la porta del ristorante di suo zio, lo trovò seduto a un tavolo, intento a pulire dei funghi con gesti lenti e precisi. Era invecchiato moltissimo. A Claudio si rigirò lo stomaco pensando a quanto tempo aveva lasciato passare, a quanti silenzi si erano accumulati tra loro.

Per un lungo istante, nessuno dei due parlò.

Poi Claudio aprì le braccia. Lo zio lasciò il coltello sul tavolo e gli andò incontro.

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