La fermata del 446 – un racconto di Benedetta Bindi
“Quando ero bambino credevo in un angelo custode accanto a me. Ora credo di avercelo dentro.” — Erri De Luca
Era alla fermata dell’autobus insieme a me. Seduti su un muretto ad attendere il 446, che tardava ad arrivare. Intento a guardare i messaggi provocatori di mio padre sul telefono, non l’avevo degnata di uno sguardo. Leggevo nervoso:
“Se avessi comprato quella Panda praticamente nuova che ti avevo trovato, ora saresti serenamente a casa…”.
Come non dargli torto!
Mi mordevo le pellicine dell’indice — cosa che facevo spesso quando ero nervoso — quando lei ha urlato:
“Ma cosa ti frega, ormai è fatta! L’auto sportiva è sempre una ficata! Però una Pandina come nuova non ti lascia mai a piedi!”.
Sorridendo, ha iniziato ad accarezzare lo zainetto a forma di panda che portava sul davanti, forse per paura che qualcuno potesse aprirlo. Ero nero e ho pensato:
“Guarda come va in giro questa qui! Pensa ancora di andare a scuola e dà lezioni di vita a me! Ridicolo, è matta sicuro”.
Poi, però, ho riflettuto davvero sulle sue parole:
“Mi ha letto i messaggi sul telefono, sicuro!”.
Nel frattempo si era alzata e passeggiava frenetica sul marciapiede, così a filo che pensavo potesse cadere in strada da un momento all’altro. Parlava con il suo panda, dicendogli che l’autobus era in arrivo.
Aveva un cappellino blu grazioso e capelli rossi che le coprivano a malapena le orecchie. Il trucco agli occhi era deciso, curato; le guance avevano due pomelli rosa e il rossetto era messo come farebbe una bambina. Come se qualcuno le avesse dipinto le palpebre e poi le avesse detto: “Adesso fai da sola”.
Indossava un cappottino blu, liso, corto sopra il ginocchio e stretto in vita, che ne metteva in risalto il corpo proporzionato. Le calze a righe colorate e gli stivaletti neri a punta mi avevano fatto tossire per nascondere una risata.
Ancora in dubbio se fosse matta o una spiona, l’ho vista avvicinarsi.
“Auto rotta… che palle! Rossa è un bel colore, però. Come la mia bici. Anche a me si è bucata la ruota. Mal comune, mezzo gaudio!”.
È scoppiata in una risata fragorosa. Il suo viso era piccolo, con un nasino quasi invisibile e due occhi verdi come la luce del semaforo. Era il genere di donna che sembra perennemente una ragazzina; forse aveva la mia età, ventinove anni. La guardavo inebetito.
“Scusami, mi hai visto quando ho bucato?” le chiesi. Era difficile: avevo camminato mezz’ora prima di raggiungere la fermata.
“Ma che visto! Ti si legge tutto negli occhi! Un libro aperto! Sono tutti così quelli con il cuore grande. Lei l’aveva piccolo, lei voleva l’auto fica. Che fesso: in due anni ti è costata una fortuna quella ragazza! E ti ha anche mollato. Svegliati. Dio perdona, ma non esagerare, poi si scoccia!”.
Ha iniziato a canticchiare un motivetto, guardando il cielo e tirandosi le ciocche di capelli. Io ero frastornato, mi sentivo nudo davanti a una sconosciuta.
Si è piazzata davanti a me, così vicina da essere imbarazzante. Sentivo il suo profumo: vaniglia e liquirizia, forte e dolce.
“Tu non sei ricco, ma lo diventerai. Non dargli troppo peso, sii generoso. Hai un dono: il tuo cuore. Non sprecarlo. Non fartelo prendere da chi non è capace di sostenerlo. Il cuore grande pesa!”.
Ero arrossito. I suoi occhi erano così belli che forse non ne ho mai più visti di uguali. Le sue labbra, piccole come una rosa e colorate fuori dai bordi da una mano inesperta, erano meravigliose.
Il rumore dell’autobus ha interrotto la visione.
Mi sono avvicinato al marciapiede, lei si è allontanata.
“Non sali?” le ho chiesto.
“No, sono troppo stanca. Vado a piedi.”
“Allora sali!”
mi ha risposto ridendo.
“Come ti chiami?”
“Decidi tu”.
Sono salito, mi sono seduto e ho continuato a guardarla dal finestrino. Mi ha fatto un cuore con le mani e ha attraversato la strada. Non l’ho più rivista.
Sono passato più volte davanti a quella fermata, sperando di incontrarla.
Oggi ho una bella casa, una macchina affidabile e una vita che ha trovato la sua strada. I miei pazienti dicono che so ascoltare: sono felice, ed è il primo passo verso la cura.
La sera, sempre più spesso, ceno con Elena. Anche lei è dottoressa e non conto più i giorni in cui si ferma a dormire da me. Ormai siamo una coppia, anche se temiamo di dircelo.
Quando sono solo in questo grande appartamento mi pare di sentire la sua presenza… Mi tornano spesso, come un’eco, le sue parole:
“Hai un dono. Il tuo cuore. Non sprecarlo…”.
Mi sono convinto che certe frasi, dette da una sconosciuta alla fermata dell’autobus, non arrivino mai per caso.
Erano cose che qualcuno, quel giorno, doveva proprio dirmi.
Quel qualcuno che non riesco a pensare senza ali.

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