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Che cosa ci hanno insegnato i ragazzi di Crans Montana – intervista esclusiva a Valeria Terzi

A Radio Mater, mercoledì 13 maggio, ho intervistato Valeria Terzi, medico rianimatore all’Ospedale Niguarda di Milano, tra i primi soccorritori a Crans Montana in quel fatale Capodanno 2026 ma soprattutto persona sempre accanto, da quel giorno, agli 11 ragazzi gravemente ustionati, e alle loro famiglie.

Una serata e una intervista di speranza, resilienza, forza che qui vi riproponiamo sia in forma scritta sia con l’autentica voce della Diretta a Radio Mater.

1) C’è spazio per il concetto di colpa in una tragedia simile?
La colpa giudiziaria se esiste verrà accertata dalle indagini.
In generale meglio sarebbe parlare di responsabilità.
Le famiglie in vacanza in un piccolo paesino ed i ragazzi per lo più al loro primo capodanno non hanno responsabilità alcuna di aver scelto un locale comodo, di aver bevuto il loro primo champagne e di aver ballato spensierati anche quando intorno la situazione cambiava fino a crollare.

2) Se è sbagliato parlare di colpe, di cosa si può parlare?
Si può e si deve parlare di cultura del rischio ed allora interroghiamoci: quanti di noi adulti quando scelgono il tavolo in un ristorante, scelgono quello più vicino alla via di fuga? Quanti di noi adulti ascoltano in aereo le hostess che spiegano cosa fare in caso di ammaraggio? Quanti di noi adulti al cinema identificano l’estintore più vicino prima che si spengano le luci? Quanti di noi adulti in metropolitana staccano gli occhi dal cellulare e controllano cosa succede intorno?…ma ancora più semplice, quanti di noi adulti mettono il casco prima di salire in bici? Nessuno! Quindi perché dei ragazzi di 15 anni avrebbe dovuto avere un senso di pericolo e rischio che nemmeno noi adulti abbiamo? Questo potrebbe essere un punto di partenza utile.

3) Questa tragedia può servire a qualcosa?
Certo, a creare e diffondere la cultura del rischio. Creare è una parola sbagliata perché già esiste ma appartiene a pochi, di solito a quelle persone che il rischio lo vedono agire. I sanitari, i pompieri, le forze dell’ordine spesso hanno un senso del rischio più spiccato perché riconosciamo il pericolo in azione tutti i giorni e siccome spesso arriviamo tardi, cerchiamo di prevenire. Ma la realtà è che quando io metto il casco in bici, qualcuno mi deride. Ed allora, proviamo ad andare nelle scuole per insegnare ai ragazzi che quando avranno una famiglia e compreranno casa possono chiedere i certificati antisismici, andiamo negli oratori ad insegnare che la strada è di tutti e se un monopattino viaggia a 50 km all’ora chi lo guida in caso di caduta muore senza ombra di dubbio, andiamo nelle associazioni sportive ad insegnare che se qualcuno tira fuori un coltello meglio sarebbe scappare anziché rispondere. Ecco insegniamo la cultura del rischio senza ansia senza angoscia ma con la consapevolezza che molte tragedie si possono prevenire.

4) Tutto intorno alle vittime ed ai feriti si è mossa la macchina del soccorso, ora critiche a valanga, ma è saggio criticare in maniera postuma?
Non è saggio e non è funzionale perché si parla di cose che non si conoscono. Il paese Crans ha poche centinai di abitanti e la zona intorno è coperta da un servizio di primo soccorso che funziona sulla risposta reperibile e volontaria come in molte piccoli valle italiane perché questo è quello che succede nelle cosidette zone rurali. I soccorsi sono arrivati tempestivamente, hanno avuto di fronte una catastrofe ed hanno risposto come meglio potevano. L’ospedale di Sion in tre ore ha ricevuto 55 pazienti ed in prima giornata nessuno è deceduto: questo è un numero che metterebbe in difficoltà anche un grande ospedale metropolitano. Ma più in generale NON si può paragonare il sistema di soccorsi di quel cantone con il sistema di soccorsi di Milano o Roma. Sarebbe come mettere vicino un riccio ed una farfalla per chiedere al riccio di volare. Piuttosto, prima di sparare sentenze, chiediamoci: siamo tutti consapevoli che in moltissime zone di Italia non ci sono abbastanza posti letto in ospedale o in hospice? Sappiamo tutti che in molte zone d’Italia non sono ancora stati costruiti ambulatori e ospedali di comunità previsti dalla legge? Ancora una volta, prima di scagliarci…dovremmo conoscere.
Senza dimenticare che ad un mese dalla tragedia, i medici responsabili dell’ospedale di Sion hanno raccontato l’ingaggio ed il lavoro delle prime 24 ore: hanno fatto scattare il protocollo massiccio afflusso di feriti e quando a loro sembrava di non farcela hanno risposto “abbiamo messo in campo buonsenso e solidarietà…(cit.)”
In quell’ospedale i medici e gli infermieri hanno lavorato in piedi, senza sosta e senza bere per 24 ore: quanti di noi possono dire di aver fatto anche solo una volta nella vita un’esperienza simile?

5) Altra polemica: questione fatture…
Mandare e ricevere delle fatture durante un evento simile con così tanto dolore è indubbiamente poco elegante ma di nuovo bisogna conoscere la realtà: solo l’italia ha un sistema sanitario basata su uguaglianza, universalità e gratuità. La Svizzera ha un sistema sanitario basato sulla copertura assicurativa. Ora, mandare e ricevere le fatture serve innanzitutto perché le famiglie possano leggere e controllare tutte le cure che i loro cari hanno ricevuto. Quindi prima che un metodo di riscossione è un metodo di garanzia per le famiglie stesse. Certo, la tempestività è stata davvero poco elegante.
Di nuovo, tra le cose che non si sanno, in Italia quando in pronto soccorso si presenta uno straniero irregolare, per esempio un immigrato senza permesso di soggiorno, i nostri ospedali assicurano le cure necessarie, tutte, e poi contattato il consolato per cercare di avere un rimborso. Non sempre ci si riesce. Dove non arrivano i soldi, arriva la fratellanza.

6) Quale è il cuore di Crans per me?
La forza dei “miei” ragazzi e delle loro famiglie. I feriti che ho aiutato a rientrare in Italia e che stiamo ancora curando hanno dimostrato di avere una forza dentro che noi adulti temevamo non avessero. Invece hanno stupito tutti. Quando hanno capito che alcune ferite saranno per sempre, quando hanno capito che la loro vita era non distrutta ma sicuramente cambiata, hanno avuto bisogno di pochi attimi per ripartire subito…giusto il tempo di tirare su con il naso, di parlare con un’amica, di ricevere un bacio da mamma e papà, di vedere i nostri sorrisi e sono ripartiti verso un destino nuovo. Si impegnano, mangiano leggono studiano camminano fanno fisioterapia con il doppio della fatica e dell’impegno con cui noi facciamo ogni cosa. Non si danno per vinti. Vogliono riprendere in mano il timone della loro vita.
E la cosa più commovente, lo fanno con grinta ma senza rabbia. C’è tanta grazia in loro. C’è la forza dello Spirito Santo. I miei ragazzi sono eroi, veri. Loro, mica noi.
E con loro, intorno a loro, le famiglie: bravissimi tutti genitori fratelli sorelle, con le loro dinamiche, con le loro sofferenza a stare dentro questo tsunami. Non hanno mai lasciato i ragazzi nemmeno un minuto. Nemmeno in volo. Io di fronte a queste famiglie possono solo inginocchiarmi come si fa davanti alle statue dei santi, ecco io tutti i giorni mi inginocchio davanti alle loro fatiche. Senza pietà ma con una ammirazione infinità. Io mi avvicino a loro con il cuore aperto che chiede “oggi cosa altro mi insegnerete?”

7) E c’è spazio per altro?
Si, c’è spazio per un orgoglio smirato nei confronti del mio gruppo, il gruppo Niguarda, per le persone che siamo, per le virtù che mettiamo in campo e per quanto non è stato raccontato in televisione. Non importa, per noi è normale, nessuno di noi lavora per la gloria. Ma di fatto dalle ore 17:00 del 1 gennaio il mio gruppo di rianimatori si è spontaneamente presentato in ospedale per raddoppiare gratuitamente la copertura dei turni in modo da essere pronti ad accogliere i ragazzi in volo. Per due mesi circa abbiamo raddoppiato tutti i nostri turni comprese le guardie di notte e di we per curare meglio i ragazzi ed anche per sostenere i colleghi neoassunti che si trovavano per la prima volta dentro una tragedia simile.
Rispondere, curare, senza pensare ad orari e cartellini, senza pensare a riconoscimenti e stipendi, è qualcosa di cui vado molto fiera perché è una cosa unica che fa onore all’amore con cui molti ancora praticano la medicina.

Buonanotte e grazie Valeria!

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