cultura

Come un figlio – un racconto di Benedetta Bindi

Carlo

Gennaro è entrato a casa nostra l’8 gennaio 2023. Quando gli ho detto per la prima volta «tesoro», erano trascorsi sette mesi da quel giorno.

Lui si è girato di scatto. Eravamo in giardino e mi aveva appena domandato dove mettere il rastrello.

«Tesoro, mettilo nel ripostiglio».  Le cose con lui  erano andate bene e sentivo che era arrivato il momento di farlo. Di cominciare a esprimere i sentimenti che provavo per lui.

Mi ha guardato con i suoi occhi scuri ed è rimasto immobile. La polo rossa che mia moglie gli aveva comprato cominciava a tirare un po’ sulle spalle, ma a lui piaceva troppo e non voleva separarsene. Indossava anche dei pantaloncini neri. Così vestito era felice e ci ripeteva spesso: «Con questa divisa mi sento un vero milanista!».

Aveva ancora le guance paffute, sulle quali erano scese grosse lacrime.

«Cosa è successo?» gli ho domandato.

«Nulla», ha risposto.

Si è asciugato in fretta la faccia con il dorso della mano. Infine, guardandomi dritto negli occhi, ha risposto come un adulto. La sua voce era ferma e decisa.

«Non sono abituato a sentirmi dire certe cose».

Sono rimasto interdetto. Poi ho riflettuto e sono rimasto in silenzio.

Ho capito perché aveva pianto: per tutte le ferite subite, per tutta la felicità provata da quando lo avevamo adottato. Piangeva per la gioia di essere finalmente un figlio amato, per il lusso di sentirsi circondato d’affetto e di attenzioni. Piangeva perché stava cominciando a convincersi di essere una persona speciale agli occhi miei e di Marta.

Poco dopo l’ho abbracciato forte e siamo rimasti lì, in mezzo al prato, mentre un gatto miagolava in lontananza.

Gennaro

È disteso nella sua stanza, nella casa al mare. È un’ampia camera dalle pareti bianche. Gli sembra troppo grande per un ragazzo da solo. Pensa che nella casa famiglia in cui ha vissuto ci sarebbero stati almeno altri cinque letti in uno spazio del genere.

È sicuro che, con due genitori come Carlo e Marta, diventerà un ragazzo migliore: più gentile, uno che non sentirà più il bisogno di lottare con tanta furia contro la propria vita.

Si alza dal letto e guarda fuori dalla finestra. È tutto bello, lì intorno, e in lontananza si vede il mare. Si rende conto di essere felice.

Forse si iscriverà alla scuola calcio quando tornerà in città. Non ha mai avuto la divisa ufficiale di una società sportiva. Pensa che si sentirebbe importante a indossarla e che metterebbe più impegno nell’inseguire il pallone. Si immagina Carlo sugli spalti che applaude e gli scappa un sorriso, perché lui non sa nemmeno cosa sia un calcio d’angolo.

Ha dodici anni e vorrebbe rimanere a vivere con loro almeno per altri dieci. Deve andare all’università, trovare un lavoro, tempo ne ha..…

Si guarda le cicatrici sul braccio, quelle che si è procurato quando si tagliava. Farlo gli dava conforto quando il dolore diventava troppo acuto. Sua madre si drogava e il suo patrigno lo picchiava. Gli diceva che non valeva nulla.

Marta e Carlo pensa, lo lodano anche per cose stupide, come quando lascia la stanza in ordine e si rifà il letto.

Tocca la cicatrice spessa che ha sul polpaccio. È la più grande. Quando i ragazzini al mare gli chiedono che cosa gli sia accaduto, risponde sempre che è stato il calcio. E ogni volta sente gli altri esclamare: «Cavolo, deve aver fatto male!».

In effetti, il dolore era stato così acuto che, quando si era procurato quel taglio, gli era mancato il fiato.

Ma deve cancellare dalla mente quei ricordi.

Ha tempo, si dice. Può essere riparato.

Si toglie la sua amata maglia rossa e s’infila il costume. Sta scendendo le scale quando Marta lo chiama:

«Amore mio, andiamo!».

«Arrivo!» risponde.

È così felice che gli pare che il cuore gli scoppi nel petto.

Marta

Sono stata per molti anni una donna triste. C’era una Marta allegra, quella che gli amici e i parenti conoscevano, una donna che sorrideva a tutti: ai clienti dell’agenzia di viaggi dove lavoravo, al postino, al fornaio.

Ma ero anche la stessa Marta che scoppiava a piangere ogni volta che sentiva un bambino piangere o vedeva una giovane coppia con un passeggino.

Era qualcosa che sapevo di non poter avere, perché, dopo vari tentativi e numerosi esami, a me e Carlo avevano detto che non avrei potuto avere figli. La causa era la mia iperprolattinemia, un eccesso di prolattina nel sangue.

Così, appena potevo, piangevo: mentre guidavo, quando nuotavo in piscina o da sola nella mia stanza. Fingevo anche con Carlo. Gli dicevo che avevo preso bene la notizia.

Poi, un giorno, sono crollata quando ho visto  mia sorella con il pancione. Pensavo a tutte le volte in cui avrei visto il suo bambino e udito i suoi pianti: era troppo per me.

Ho confessato a mio marito tutto il mio dolore. Due giorni dopo mi ha accompagnata a visitare una casa famiglia. È stato così che Gennaro è entrato nella nostra vita e nella nostra casa.

Sapevo che la situazione non sarebbe stata facile: adottare un ragazzo adolescente non lo è mai. Sapevo che era stato picchiato, che sua madre, tossicodipendente, era morta appena due anni prima e che il ragazzo aveva scatti di rabbia. Ma non c’è stato un solo momento in cui abbia dubitato di volergli bene.

Sono trascorsi tre anni da quando è arrivato a casa nostra. Posso solo dire che l’amore non cancella tutte le ferite, ma può aiutare a guarirle.

Ieri siamo andati al cinema insieme. Uscendo mi ha detto:

«Che bel film, mamma Marta!».

Non mi aveva mai chiamata così.  Mi sono avvicinata e gli ho dato un bacio sulla guancia, mentre una giovane coppia ci guardava.

Quest’anno ha iniziato l’istituto tecnico. Vuole diventare un ingegnere e costruire robot.

La mattina lo guardo scendere di corsa dalla mia auto, per non farsi vedere dagli amici. Ha tanti capelli neri. Si volta e mi fa cenno con la mano, poi si allontana.

«Che sia buona vita !» penso, mentre metto la prima e sento il peso del mio cuore colmo di felicità.

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