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Non invano hanno soffiato i venti

Ieri il lavoro mi ha portato a Secondigliano, a Napoli, dentro un luogo nel quale non capita spesso di entrare nella vita quotidiana: un carcere.

Il Centro penitenziario «Pasquale Mandato» ospita circa 1.500 detenuti. Ma Secondigliano non è soltanto un luogo di reclusione: ci sono laboratori di sartoria e falegnameria, attività agricole, percorsi di studio, formazione professionale e iniziative culturali. Occasioni per imparare un mestiere, scoprire capacità, prepararsi a una vita diversa.

I corridoi erano puliti, profumati. A un certo punto abbiamo incrociato una donna che si occupava delle pulizie. Una persona intenta a fare il proprio lavoro, come tante altre che incontriamo ogni giorno.

Soltanto dopo ho saputo che era una detenuta.

Non so nulla della sua storia, degli errori che possa aver commesso o delle ferite che porta con sé. So soltanto che, in quel momento, stava facendo qualcosa di utile.

E mi è venuta spontanea una domanda: ma allora funzionano questi progetti di recupero?

La risposta di un agente della Polizia Penitenziaria che mi accompagnava è stata amara. Dopo trent’anni di esperienza, mi ha detto, è arrivato a pensare che chi nasce delinquente rimanga tale. Chi commette un errore può recuperare, ma per altri il cambiamento sembra quasi impossibile.

Non me la sento di giudicare la sua amarezza. Trent’anni trascorsi in carcere significano incontrare tante storie, assistere a tentativi riusciti e a ricadute dolorose. Forse, a volte, anche chi ogni giorno lavora per garantire sicurezza e accompagnare le persone detenute finisce per fare fatica a credere che le cose possano cambiare.

Eppure, uscendo, continuavo a pensare a entrambi: a quella donna e a quell’uomo. A chi forse sta cercando una strada nuova e a chi, dopo averne viste tante, rischia di non credere più che quella strada esista.

Poi ho letto una frase dipinta su una parete: «Non invano hanno soffiato i venti».

Fa parte di un murale dedicato alle vittime innocenti della criminalità. All’esterno del carcere, tra i girasoli, queste parole parlano di memoria; all’interno, rivolte a chi vive la detenzione, si legge: «Non invano c’è stata la tempesta».

Mi ha colpito questa scelta. Perché non si può dimenticare il dolore delle vittime, né cancellare la responsabilità di chi ha commesso il male. Ma non si può neppure stabilire in anticipo che una persona non cambierà mai.

Come possiamo chiedere a qualcuno di cambiare, se smettiamo di credere che possa farlo?

Non tutti cambieranno, certo. Un corso, un lavoro o una seconda possibilità non garantiscono una rinascita. Ma possono essere l’inizio di un percorso. E forse abbiamo bisogno di non perdere la speranza non soltanto per chi è detenuto, ma anche per chi, ogni giorno, lavora accanto a lui e rischia di smarrirla.

Ieri sono entrato a Secondigliano per lavoro. Ne sono uscito con una domanda e una frase negli occhi.

Non possiamo promettere che tutti i fiori rifioriranno. Ma non dovremmo essere noi a decidere che nessuno possa più farlo.

Forse è anche questo il senso di raccontare #solocosebelle: non fingere che non esistano tempeste, ma continuare a cercare, anche dopo di esse, i segni di una possibile rinascita.

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