cultura

La partenza – un racconto di Benedetta Bindi

Ero partita da sola, mossa dal bisogno improvviso di andare via, di visitare il lago di Bolsena.

Un luogo dove andavo sempre con i miei genitori e mio fratello, poco distante da Roma: il chilometraggio esatto per un fine settimana.

Capitava che mio padre ci svegliasse alle sette del mattino dicendo: “Oggi non si va a scuola, ragazzi, si parte per il lago!”.

Io e Angelo, mio fratello, abbracciavamo papà e, dopo averlo riempito di baci, aiutavamo mia madre a preparare la borsa. Ecco, ero partita per ricordare quei momenti, ma non ne ero certa, né sapevo bene come mai volessi farlo da sola.

Avrei potuto mentire a mio marito, dirgli che andavo a trovare un’amica , ma dopo anni di sincerità assoluta mi sembrava uno spreco rovinare tutto con una bugia. Così avevo detto a Daniele semplicemente la verità, con la speranza che non se ne avesse a male. Mi aveva sorriso e si era limitato a dire: “Portami un souvenir”. È per questo che l’ho sposato: perché capisce il mio umore senza bisogno di spiegazioni.

Sono arrivata all’agriturismo L’Edera, lo stesso dove andavamo con i miei. Ad accogliermi ho trovato la figlia dei proprietari, quella con cui giocavo da bambina e che aveva una cotta per Angelo. La sera mi ha invitato a cena dai suoi; è stato bello rivederli, ricordare i momenti trascorsi insieme a loro e ai miei genitori.

Il giorno dopo sono andata in spiaggia; ho fatto un lungo bagno e ho raccolto i sassi più belli, proprio come facevo da bambina. Poi, da sola, ho preso il traghetto e sono andata all’isola Bisentina, come facevamo spesso in famiglia. Un piccolo paradiso di 17 ettari. Mi sono recata alla Chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo, e poi ai suggestivi ruderi del complesso monastico dei frati minori, che in passato ospitava i pellegrini. Era il luogo preferito di mia madre. Mi sono ricordata di come io e mio fratello adorassimo saltarci dentro, dei rimproveri di mio padre, della voce della guida che diceva: “Fermi, bambini!”. E dello sguardo di mamma che ci fulminava. Camminavo alternando le immagini reali ai ricordi, come se il montatore di un film stesse inserendo dei flashback.

Ad un certo punto, però, mi sono accorta di aver perso il braccialetto di cuoio rosso con incisa la data di quando ho conosciuto mio marito.

Non era un oggetto di valore ma per me era importantissimo: il suo primo regalo. Eravamo all’isola dell’Elba in vacanza e, durante la visita a un mercatino, un ragazzo vendeva bracciali di cuoio colorati su cui incideva ciò che volevi. Daniele gli disse: “Vorrei un numero: 15.4.2007“. All’inizio non capii, poi gli chiesi cosa significasse e lui mi rispose, serio: “Il giorno in cui ti ho incontrata a quella cena. Il giorno in cui sei apparsa nella mia vita“. Poi mi baciò.

Due ragazzine che avevano l’età di mia figlia, e che erano in traghetto con me, mi hanno aiutata a cercarlo. Avevamo scambiato due parole poco prima. Quel bracciale era molto più di un semplice oggetto: era il simbolo dell’amore di mio marito. Ogni minuto che trascorrevo senza trovarlo cominciava a sembrarmi il presagio di qualcosa di brutto. Ho iniziato a sudare freddo. Il traghetto sarebbe ripartito di lì a quindici minuti.

Dissi alle ragazze che avrei provato a tornare di corsa alla chiesa.

Ai piedi del crocifisso lo vidi: era lì, aperto a terra. Sembrava quasi una bocca spalancata in un sorriso, con quella data tatuata sul cuoio. Ho sussurrato una breve preghiera, l’ho raccolto e l’ho allacciato di nuovo al polso; la chiusura era perfetta. Sono scappata via correndo.

Una volta salita sul traghetto, sollevata, ho scritto a mio marito: “Arrivo per cena”. Quasi subito è arrivata la sua risposta: “Ti aspettiamo”. Ho infilato il cellulare in borsa e ho stretto il polso, accarezzando la pelle sotto il cuoio rosso. C’era stato un momento, tra le rovine della chiesa, in cui avevo temuto che il passato si fosse inghiottito anche il mio presente. Invece quel viaggio, nato da una spinta improvvisa e solitaria, mi aveva restituito tutto l’amore che avevo ricevuto da bambina, amplificandolo in quello che avevo costruito da adulta.

Mentre il traghetto tagliava l’acqua, accarezzavo il mio souvenir: i sassi che mi pesavano in tasca. Mi davano la meravigliosa certezza di essere una persona fortunata. Ecco perché ero partita, mi sono detta: per ricordarmelo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *