Angelone – un racconto di Benedetta Bindi
Avevo conosciuto Angelo in una calda mattina d’agosto. Credo fossimo rimasti in pochi in città quella settimana di Ferragosto.
Zero traffico, saracinesche abbassate e un silenzio irreale, persino quando uscivo a fare un giro con Zero, il mio mastino. O, per meglio dire, quando cercavo di trascinarlo fuori: avrebbe preferito di gran lunga l’aria condizionata di casa all’asfalto rovente e all’afa che ci avvolgeva come una muta.
Quella mattina mi ero svegliato fradicio di sudore. In camera da letto l’aria condizionata non la sopporto. Mi infilai sotto la doccia, ma dopo pochi minuti l’acqua cominciò a risalire dallo scarico fino a riversarsi sul pavimento del bagno.
Il portiere tuttofare era in ferie. Cercai in fretta un idraulico in zona. I primi due numeri squillarono a vuoto. Il terzo rispose.
Dopo mezz’ora suonò il campanello.
Riparò la doccia in poco più di trenta minuti. Poi gli offrii un caffè.
Quando guardai l’orologio erano passate quasi due ore. Avrei dovuto essere da tempo a un appuntamento con due clienti arrivati da Pechino.
Angelo è un gigante. Alto quasi un metro e novanta, mani enormi, denti bianchissimi, la pelle cotta dal sole dei chilometri che macina in bicicletta appena può. Una pancia che racconta la sua passione per il buon cibo e il buon vino. Eppure, quando lavora, si piega e si torce come un ballerino della Scala. Sembra fatto di gomma.
La cosa che colpisce più di tutto è il silenzio. Mentre ripara un guasto non vola una parola. È concentrato come un atleta prima dello sparo.
Ricordo ancora il suo odore: tabacco e mandarino. Il primo viene dalle sigarette che fuma. Il secondo da un’essenza agli agrumi che compra dai frati trappisti per sé e per sua madre.
Vive ancora con lei.
Ha quarantaquattro anni.
«Non mi sono mai sposato», mi dice sorseggiando il caffè in cucina, con il ventilatore puntato addosso.
«Grazie che hai spento l’aria condizionata. Una volta ho preso una polmonite. Ero tutto sudato, entro in un appartamento che sembrava un frigorifero… da allora la evito.»
Poi apre la finestra.
«Posso?»
Annuisco.
Accende una sigaretta.
«Donne? Tante. Sempre. Ma non pensar male. Io le rispetto tutte.
Arrivo per sistemare un guasto e spesso le trovo sole. Alcune sono allegre, spiritose… lo capisci subito da come ti guardano. Altre invece hanno certi occhi…
Una volta ho appoggiato gli attrezzi e ho chiesto a una signora cosa avesse. Mi faceva male vederla così.
Apriti cielo.
Quanta tristezza c’è in giro. Quante donne sopportano situazioni assurde senza che nessuno se ne accorga.
Allora ci prendiamo un caffè e io gli parlo del sole, dei tramonti che vedo quando vado in bici, dei fiori, della bellezza della vita. A qualcuna dico pure di fare la valigia e andarsene. Perché una donna non si tocca. Nemmeno con un fiore. Me lo ripeteva sempre mia madre.
E loro mi ascoltano come fossi un professore.
Io, che non ho neanche il diploma.»
Sorride.
«Sai qual è la cosa strana? Che capita pure con quelle importanti. Una volta perfino con un magistrato. Era divorata dall’ansia. Mi diceva che non riusciva più a dormire. Le ho insegnato a respirare, ad addomesticare la scimmia che abbiamo tutti in testa. Quella che salta da un pensiero all’altro e non ci lascia vivere.»
Fa una lunga boccata.
«Con me le donne piangono.
Forse perché sono un estraneo. Sanno che probabilmente non mi rivedranno mai più.
Alcune vanno pure dallo psicologo, ma certe cose a lui non le raccontano.
A volte mi richiamano per un lavoretto da niente. Potrebbero farlo da sole, lo so. Ma ho capito che non pagano l’idraulico.
Pagano qualcuno che le ascolti.
E oggi nessuno ascolta più nessuno.
Tutti a scrivere messaggi, a mandare vocali. Io con gli amici mi arrabbio. Chiamami! Se non posso rispondere, appena mi libero ti richiamo.
Siamo tutti connessi, ma terribilmente soli.»
Mi guarda intorno.
«Ma non è che ti sto facendo fare tardi? Tu che lavoro fai? Con una casa così sarai almeno un chirurgo.»
Sorrido.
«No. Faccio l’ingegnere.»
«Beh, insomma… i soldi li fai lo stesso.»
Ride.
Poi abbassa lo sguardo.
«Io invece da ragazzo volevo fare il medico.»
Mi mostra una lunga cicatrice che gli attraversa la gamba.
«A dieci anni mi investirono.
In ospedale mia madre mi regalò un libro di anatomia. Lo imparai quasi a memoria. Lei sognava di vedermi con il camice.
Poi si ammalò.
All’inizio non capivo. C’erano giorni in cui parlava pochissimo, altri in cui restava a letto per ore.
Finite le medie smisi di studiare. Mio padre mi portò con lui a fare l’idraulico.
Quando lui morì d’infarto, mamma peggiorò ancora.
Adesso prende tante medicine per la testa. Mangia come un uccellino.
Con lei, di giorno, resta Lina, la vicina.
Ma lasciarla sola… chi se la sente?»
Si interrompe.
Sorride.
«Magari un giorno mi sposo pure io. Ma chi prende me deve prendere anche mamma. Lei viene con noi.»
Mi stringe la mano.
Ha una stretta forte, calda, piena di vita.
«Per qualsiasi problema chiamami. Qualunque. Se senti un rumore strano, se hai bisogno…
Quando vedono me, i ladri cambiano strada.»
«Domani raggiungo mia moglie e i ragazzi al mare.»
«Bravo.»
Sorride come un bambino.
«Goditi la famiglia. I soldi servono, ma non sono tutto.
Domani vado anch’io a Ostia. Ho un amico con uno stabilimento.
Vedrai che pure lì si forma la fila di donne quando arriva Angelone…»
Ride di gusto.
«E poi devo passare dal panificio di Rosa. Mamma va matta per le sue ciambelle. Almeno quel giorno mangia qualcosa.»
Lo guardo allontanarsi.
Angelone non ha sole le braccia e le gambe elastiche, ma anche il cuore, le donne lo comprendono, e fanno la fila….


