John Ruskin e il mito di Sant’Orsola
Premessa
In età adulta (circa 40 anni) John Ruskin provò un forte sentimento di amore per una bambina di neanche 10 anni, sua alunna di disegno, Rose La Touche; nel 1866 – una volta che questa ebbe raggiunto l’età maggiore – si dichiarò a lei ma fu rifiutato; i genitori della ragazza, peraltro molto religiosi, si erano preventivamente consultati con la ex moglie di Ruskin la quale li sconsigliò vivamente di affidare la figlia a quell’uomo, considerato da lei oppressivo e misogeno.
Nel 1875, dopo la morte di Rose (probabilmente per anoressia, dovuta a isteria depressiva), Ruskin cominciò a dare segni di forte inquietudine che lo indussero a contattare una medium, la quale in una seduta spiritica riuscì ad evocare certi residui psichici tanto che il sensibile e vulnerabile animo di Ruskin ne rimase ineluttabilmente e definitivamente toccato.
Non fu in grado di distinguere quella ragazza dalle sue teorie estetiche, ed ossessionato dal mistero della bellezza unita alla fanciullezza, fu sempre più spesso oppresso da periodi di depressione e di disturbi mentali.
In un suo schizzo a matita, rappresentò la ragazza, sofferente, nel suo sudario, in un stile quasi espressionista, alla Egon Schiele (che contrasta nettamente con il ritratto che Ruskin le fece all’età di dieci anni). Nel suo racconto sul mito di Sant’Orsola, compaiono nella vergine martire britannica alcuni echi della sua ossessione per Rose, in una sorta di memento mori.


L’originale testo – suddiviso in due parti – che andiamo a proporre, nella traduzione di Simona Scudo, è tratto dalla raccolta di lettere Fors Clavigera, uno dei tanti ottimi esempi della ricerca ‘filosofica’ di Ruskin, nella convinzione che i lettori de Il Centuplo sappiano coglierne – al di là dei significativi riferimenti alla storia e all’arte figurativa – la profonda dimensione mitica.
Eduardo Ciampi
LA STORIA DI SANT’ORSOLA
C’era un tempo un re bretone, giusto e molto cristiano, chiamato Maurus. Con sua moglie Daria ebbe una bambina, la più bella creatura che questa terra avesse mai visto. Ella venne al mondo avvolta in un manto di pelo e tutti si chiesero fortemente che significato potesse avere ciò. Allora il Re riunì i saggi per chiedere spiegazioni ma essi non poterono dargliene poiché soltanto Dio in Paradiso sapeva come il manto irsuto significasse che ella avrebbe seguito la santità e la purezza per tutta la vita, e la sapienza di San Giovanni Battista. E a causa del manto la chiamarono Orsola, “Piccola Orsa”.
Orsola cresceva giorno dopo giorno in eleganza, grazia e in tale sapienza che tutti se ne meravigliavano. Ma essi non avrebbero dovuto meravigliarsi poiché a Dio tutto è possibile. E all’età di quindici anni era una luce di sapienza, un calice di ogni bellezza, una fonte di Scrittura e di modi gentili. Non esisteva donna più deliziosa. Quando parlava era così incantevole che sembrava come se un angelo del Paradiso avesse preso sembianze umane. E in tutto il regno non veniva presa alcuna decisione importante senza il consiglio di Orsola.
Così la sua fama si diffuse sulla terra, e un Re d’Inghilterra, un pagano al di là del mare, venendone a conoscenza se ne invaghì. Egli desiderò ardentemente che andasse in sposa a suo figlio Aether e che diventasse figlia nella sua casa. Così mandò un’ambasciata, potente e onorabile, di conti e marchesi, accompagnati da molti cavalieri, dame e filosofi, ingiungendo loro di chiedere con grande gentilezza e discrezione al re Maurus di dare Orsola in sposa a Aether.
“Ma”, egli disse, “se Maurus non ascolterà le vostre gentili parole, svelategli le mie intenzioni e ditegli che devasterò la sua terra con il fuoco, ucciderò il suo popolo, ucciderò lui stesso con una morte crudele, e alla fine porterò via con me Orsola. Dategli solo tre giorni per rispondere, perché il desiderio di concludere questa faccenda e avere Orsola qui da me mi consuma”.
Ma quando gli ambasciatori giunsero da Re Maurus, egli non voleva dare in sposa sua figlia ad un pagano; così, poiché né preghiere né doni lo smuovevano, gli riferirono apertamente tutte le minacce. A quel tempo la Bretagna era una piccola terra, con pochi soldati, mentre il pagano era un re potente, un conquistatore, così Maurus e la Regina, i consiglieri, e tutto il popolo, si sentirono molto angosciati.
Ma la sera del secondo giorno, Orsola si recò nella sua camera, chiuse la porta e davanti all’immagine del Padre, che è molto misericordioso, pregò in lacrime per tutta la notte, e disse che aveva fatto voto nel suo cuore di rimanere per sempre vergine, avendo Cristo come suo unico sposo. Ma se la Sua volontà era che sposasse il figlio del Re pagano, ella pregò affinché le fosse data la saggezza per smuovere i cuori di tutte quelle persone che non conoscevano fede o santità, e il potere di confortare suo padre e sua madre, e tutto il popolo della terra di suo padre.
E quando la chiara luce dell’alba apparve nell’aria si addormentò. E l’angelo del Signore le apparve in sogno e disse: “Orsola, la tua preghiera è stata ascoltata. Quando spunterà il sole andrai senza timore davanti agli ambasciatori del Re d’Oltremare, perché il Dio del Cielo ti darà saggezza e guiderà le tue parole”.
Quando fu giorno, Orsola si alzò per benedire e glorificare il nome del Signore. Per vestirsi e adornarsi indossò un mantello lavorato come il cielo stellato e una corona di gemme. Poi, andando subito nella camera del padre, gli disse della grazia che aveva ricevuto quella notte e che ora aveva nel suo cuore tutto ciò che serviva per rispondere agli ambasciatori stranieri. Così, benché egli fosse molto contrario, riuscì a convincerlo.
Allora Maurus, i nobili, i consiglieri e gli ambasciatori del Re pagano, vennero riuniti nella Sala del Consiglio. E quando Orsola entrò nel luogo dove essi si trovavano, ognuno disse all’altro: “Chi è costei che viene dal Paradiso?”. Perché ella avanzò con tutta la nobile dolcezza, tenendo gli occhi rivolti verso il basso, sicura di sé, spontanea e bella, incantevole come nessun’altra donna sulla terra. Dietro di lei cento fanciulle la seguivano, vestite di seta bianca, belle e deliziose. Brillavano come le stelle, ma Orsola brillava come la luna e la stella della sera.
Ora, questa fu la risposta di Orsola, che il Re fece mettere per iscritto, fece sigillare con lo stemma reale e dare agli ambasciatori del Re d’Oltremare.
“Prenderò”, ella disse, “come sposo Aether, figlio del mio signore, il Re d’Oltremare. Ma chiedo al mio signore tre grazie, e lo prego con il cuore e l’anima affinché le conceda.
“La prima grazia che chiedo è che egli, la Regina e il loro figlio, mio sposo, ricevano il battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
“La seconda grazia è che mi siano concessi tre anni prima delle nozze, affinché possa viaggiare per mare e andare a vedere i corpi dei Santi a Roma e i luoghi sacri della Terra Santa”.
“Inoltre, come ultima grazia, chiedo che egli scelga dieci dolci fanciulle del suo regno, e con ognuna di esse altre cento, tutte di sangue nobile, che verranno qui in Bretagna e poi partiranno con gioia insieme a me per mare seguendo questo mio santo pellegrinaggio”.
Poi uno dei nobili del regno si rivolse a Maurus dicendo: “Re mio signore, tua figlia è la Colomba della Pace venuta dal Paradiso, la stessa che nei giorni del diluvio portò all’Arca di Noè il ramo di ulivo della buona novella”. E alla risposta gli ambasciatori furono così pieni di gioia da non riuscire quasi a parlare e, esprimendo elogi, ripartirono trionfanti e riferirono al loro signore la dolce risposta di Orsola.
Allora il signore mio Re disse: “Sia lodato e benedetto il nome del nostro Dio Malcometto, che ha dato alla mia anima il conforto che desiderava. Non c’è davvero una fanciulla più sincera sotto i raggi del sole; e giuro sul corpo di mia madre che non c’è nulla che ella possa chiedere che io non le conceda generosamente. La prima delle fanciulle che ella desidera sarà mia figlia Florence”. Allora tutti i nobili si alzarono e, uno alla volta, dissero con gioia il nome della propria figlia.
Così venne fatta la volontà di Orsola; e quel Re, e tutto il suo popolo, vennero battezzati nella Santa Fede. E Aether, con le fanciulle inglesi, oltre diecimila di numero, giunsero nella terra di Bretagna.
Poi Orsola scelse le sue quattro sorelle, Habila, Julia, Victoria e Aurea, un centinaio di fanciulle del suo popolo, alcuni santi vescovi, dei nobili importanti e dei seri consiglieri, e un abate dell’ordine di San Benedetto, uomini di grande saggezza e seguaci di Dio.
Così tutto il gruppo salpò con undici navi e, mentre andavano per mare, tutti gioivano di questo viaggio e del loro pellegrinaggio. E coloro che abitavano lungo le coste venivano in massa per avvistarli quando passavano e ad ognuno appariva una visione meravigliosa, perché le navi procedevano in giusto ordine, una accanto all’altra, accompagnate dal suono dei dolci salmi e del mormorio dell’acqua. E le fanciulle erano vestite, alcune in seta spessa scarlatta o bianca, altre in ricca seta di Damasco, altre in vesti dorate, altre con l’abito viola tessuto in Giudea. Alcune indossavano corone, altre ghirlande di fiori. Sulla spalla di ciascuna era visibile la croce, nelle mani gli oggetti del pellegrino, sui fianchi la borsa a tracolla, e ogni equipaggio navigava sotto il gonfalone della Santa Croce. Orsola tra di loro era come un raggio di sole, e l’Angelo del Signore era sempre con loro per guidarli.
Così nel periodo santo della Quaresima giunsero a Roma. E quando il Papa si fece avanti solennemente sotto il Castello di Sant’Angelo per accoglierli, nel vedere il loro gruppo benedetto, si tolse il mantello di Pietro, e assieme a molti vescovi, preti, fratelli e alcuni cardinali, decise di unirsi a loro nel santo pellegrinaggio.
Finalmente giunsero nella terra di Slavonia, il cui sovrano era amico e vassallo del sultano di Babilonia. Allora il signore dei Saraceni mandò subito qualcuno dal sultano a riferire che era giunto nella sua terra un gruppo di persone importanti, e che erano cristiani. E il sultano riunì tutti i soldati e, su tutte le furie, si diresse contro il gruppo di Orsola.
Quando lo raggiunse il sultano urlò: “Chi siete?” e Orsola rispose: “Siamo cristiani; siamo in cammino verso la tomba benedetta del nostro Signore Gesù Cristo, per la salvezza delle nostre anime, nella speranza di avere la grazia della vita eterna nel Paradiso benedetto”. E il sultano rispose: “Rinnegate il vostro Dio, altrimenti vi ucciderò tutti con la spada, così morirete con una morte dolorosa e non rivedrete più la vostra terra”. E Orsola rispose: “Malgrado ciò desideriamo essere testimoni del nome di Dio, dichiarando e predicando la gloria del Suo nome, perché Egli ha creato il cielo, la terra e il mare con la Sua Parola, e successivamente tutti gli esseri viventi, e poi ha voluto, Egli stesso, morire per la nostra salvezza e la nostra gloria. E colui che lo seguirà godrà del Suo Regno.
Poi si voltò verso la sua gente: “Sorelle e fratelli miei, qui Dio ci ha dato una grande grazia, siate certi che la nostra morte in questo luogo ci condurrà alla vita eterna, e a gioia e dolcezza senza fine. E lassù saremo con il Signore e gli angeli del Paradiso”. Poi chiamò il suo sposo per confortarlo e dargli spiegazioni. Ed egli le rispose con queste parole: “Mi sembra di aspettare la venuta della morte da tremila anni, dacché altrettanto ho già assaporato la dolcezza del Paradiso”.
Allora il sultano diede ordine di uccidere tutti con la spada. E così venne fatto.
Eppure, quando vide Orsola in piedi in mezzo a tutta quella carneficina, come il più bel stelo di grano durante la mietitura, e vide quanto fosse estremamente bella, oltre ogni descrizione terrena, le avrebbe voluto salvare la vita e l’avrebbe voluta prendere in moglie. Ma quando lei rifiutò, e lo biasimò, egli s’infuriò. Aveva un arco in mano, allora fissò una freccia sulla corda e la lanciò con tutta la sua forza, ed essa colpì il cuore della splendida fanciulla. Così ella andò da Dio.
Solamente una fanciulla, di nome Corbula, per paura si nascose nella nave. Ma Dio, che aveva scelto l’intero gruppo, le diede coraggio, e all’alba del giorno dopo lei si fece avanti di sua volontà, e ricevette la corona del martire.
Così tutti vennero uccisi, e tutti sono andati in Paradiso, e cantano i gioiosi e dolci canti del Paradiso.
Chiunque legga questa storia santa, non pensi che sia una grande cosa dire un Padre Nostro e un’Ave Maria per l’anima di colui che l’ha scritta.
IL SOGNO DI SANT’ORSOLA
Nel 1869, poco prima di lasciare Venezia, ero stato a guardare attentamente un quadro di Vittore Carpaccio che rappresentava il sogno di una giovane principessa. Carpaccio si è adoperato molto per spiegarci il più possibile il tipo di vita che ella conduceva ritraendo interamente la sua piccola camera da letto alla luce dell’alba, in modo tale che possiamo vedere tutto ciò che è in essa. La camera è illuminata da due finestre a doppia arcata, con gli archi dipinti di colore cremisi ai bordi, e i capitelli delle colonne che li sostengono dorati. Nella parte superiore essi sono riempiti da piccoli pannelli rotondi di vetro, ma sotto sono aperti verso il cielo blu del mattino e verso un basso traliccio che gli sta di fronte. Nella finestra in fondo alla stanza sono posizionati due bei vasi greci bianchi, ciascuno con una pianta, una con foglie a punta verdi scure e l’altra con fiori cremisi, di una specie a me sconosciuta, ognuno alla fine di un ramo come uno sprazzo di vitalità.
Questi vasi di fiori sono collocati su un ripiano che corre tutto attorno alla camera e sotto la finestra, all’incirca all’altezza del gomito, utilizzato per appoggiare oggetti in un qualsiasi punto; al di sotto di esso, fino al pavimento, le pareti sono rivestite da tessuto verde, ma al di sopra sono spoglie e bianche. La seconda finestra è quasi dirimpetto al letto e di fronte ad essa c’è il tavolo da lettura della principessa, di circa ottanta centimetri per lato, ricoperto da una tovaglietta rossa con un bordo bianco e una frangia sottile. Dietro di esso c’è la sua sedia, molto diversa rispetto alle sedie da lettura di Oxford, un piccolo sgabello a tre zampe come quello per i musicisti, ricoperto da tessuto cremisi. Sul tavolo c’è un libro, collocato su un leggio per facilitare la lettura, e una clessidra. Sotto il ripiano vicino al tavolino, in modo da essere facilmente raggiungibile stendendo il braccio, c’è uno stipo pieno di libri. L’anta è stata lasciata aperta e i libri, mi rincresce dirlo, sono piuttosto in disordine, messi lì confusamente prima che la principessa andasse a letto, uno lasciato in piedi appoggiato sul bordo.
Di fronte a questa finestra, sul muro bianco, c’è un piccolo reliquiario o un dipinto (non riesco a vedere quale dei due perché è in una prospettiva sfuggente) con un cero e un’ampolla d’argento appesa, simile a quelle per contenere l’incenso. Il letto è un ampio letto a baldacchino, con belle colonne d’oro battuto o dorate, lavorate e decorate in vari modi, che sostengono un baldacchino di un caldo rosso. Lo stemma della principessa è sulla testata, e i piedi del letto sono tutti al di sopra del pavimento della camera, su una pedana che sporge ai piedi del letto in modo da formare un posto a sedere, su cui la fanciulla ha appoggiato la corona. Le sue piccole pantofole blu si trovano di fianco al letto, il suo cane bianco dietro di esse; il copriletto è scarlatto, su di esso il lenzuolo bianco è risvoltato fino quasi a metà; la fanciulla è distesa, senza piegare il busto o le ginocchia, con il lenzuolo che sale e scende su di lei in una stretta onda continua, come la forma del copriletto dell’ultimo sonno che si alza appena. Ha circa diciassette o diciotto anni, la testa sul cuscino è voltata verso di noi, la guancia appoggiata sulla mano come se stesse pensando, eppure profondamente calma nel sonno e quasi pallida. I capelli sono legati da uno stretto nastro, divisi in due trecce disposte a formare una doppia corona. La camicia da notte bianca nasconde fino al polso il braccio sollevato dal cuscino.
Dalla porta della camera entra un angelo (il cagnolino, nonostante sia sveglio, non ci fa caso). È un angelo molto piccolo, la testa supera appena il ripiano attorno alla camera, e arriverebbe soltanto al mento della principessa se lei fosse in piedi. Ha soffici ali grigie, non splendenti; il vestito, di un blu tenue, ha maniche viola aperte sul gomito che mostrano le maniche bianche al di sotto. Entra senza fretta, con il corpo come quello di un mortale, proiettando ombra per la luce dietro di lui proveniente dalla porta, il viso perfettamente calmo, nella mano destra un ramo di palma, nella sinistra una pergamena.
Così sogna la principessa, con occhi benedetti che non hanno bisogno di alba terrena.
È molto carino da parte di Carpaccio farle sognare il vestito dell’angelo in modo così minuzioso da notare le maniche con le aperture, e sognare un angelo così piccolo, molto simile ad un angelo-bambola, che le porta il ramo della palma e il messaggio. Ma la caratteristica più piacevole di tutte è l’evidente gioia della sua vita eterna.
Potere regale sopra di lei, e felicità nei suoi fiori, nei suoi libri, nel suo sonno e risveglio, nelle sue preghiere, nei suoi sogni, in terra, in cielo.
Come faccio a sapere che abbiamo a che fare con una principessa operosa?
In parte per lo stato ben curato della sua camera, per la clessidra sul tavolo, per l’evidente utilizzo di tutti i libri che ha (ben rilegati, tutti quanti, in robusta pelle o velluto e senza pagine piegate ai bordi), ma più precisamente da un altro quadro che la ritrae, in cui non sta dormendo. In questo quadro un principe inglese l’ha chiesta in matrimonio e suo padre, poco contento di separarsi da lei, la fa chiamare nella sua camera per chiederle cosa farà. Lui è seduto, di malumore e addolorato, lei è in piedi di fronte a lui vestita con un semplice vestito casalingo, parla tranquillamente, continuando per tutto il tempo a ricamare.
Una lavoratrice, amici, lei, non meno che una principessa; e principessa soprattutto per essere così. In modo simile è ritratta in un quadro di un fiorentino, il cui pensiero penso conosciate abbastanza tanto quanto quello di Carpaccio: Sandro Botticelli. La ragazza che diventerà la moglie di Mosè, la prima volta che lui la vede presso il pozzo nel deserto, ha della frutta nella mano sinistra, ma una conocchia nella destra.
“Fare un buon lavoro, sia che tu viva o muoia” – questo è l’ingresso per ogni Regno; e se non viene fatto, verrà il giorno, e questo di sicuro, che dovrai lavorare per il male invece che per il bene.
FORS CLAVIGERA
Sunnyside, Orpington, Kent, 1872 (traduzione di S. Scudo)


