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Il Mistero dei ventotto gradini: perché Dio sceglie le periferie

Ci sono luoghi ai margini della mappa che diventano il centro esatto dell’anima. Accade spesso quando si viaggia senza la fretta della freccia dritta, scegliendo le curve, le strade secondarie e i panorami mozzafiato che tagliano le colline teramane — percorsi meravigliosi da percorrere su due ruote, resi ancora più speciali grazie alle preziose indicazioni dell’amico Massimo. È la meraviglia dei borghi della nostra Italia, dove la bellezza non si ostenta ma si custodisce con composta pudicizia.

Campli è uno di questi luoghi. Un piccolo e incantevole borgo custodito ai piedi dei Monti della Laga, vivo di storia e pietra, la cui piazza principale è dominata dalla maestosa Cattedrale di Santa Maria in Platea, da poco restituita a tutta la sua splendida lucentezza dopo i lunghi e accurati interventi di restauro. Ma oltre alle sue vie e alle sue opere d’arte, il paese custodisce un segreto sproporzionato rispetto alle sue dimensioni: una Scala Santa. Ventotto gradini di legno d’ulivo che concedono la stessa indulgenza plenaria della celebre scalinata romana di San Giovanni in Laterano.

Viene da chiedersi: perché qui? Perché un privilegio così grande, una porta del cielo così spalancata, è stata piantata nel 1772 in un paesino appartato e non nel cuore pulsante di una metropoli?

La risposta sta nel paradosso stesso del Vangelo. A Campli capisci che Dio non ama la folla dei riflettori, ma il silenzio operoso dei piccoli borghi. Il Centuplo ha da sempre una predilezione per le periferie: sceglie le crepe, i margini, i luoghi appartati dove non si recita la vita, ma la si vive per davvero. È lì, lontano dal centro sazio di sé, che l’uomo si spoglia dell’orgoglio e accetta di farsi piccolo.

Salire quei ventotto gradini in ginocchio — con il corpo che pesa, la carne che duole e il cuore che porta le intenzioni più intime, i nodi della famiglia, i tormenti e le speranze per i figli — non è una devozione del passato. È un atto di consegna radicale. È dire: «Io da solo non ce la faccio, mi fido».

Ed è esattamente qui che si compie la promessa. Quando si arrives in cima a quella salita faticosa, stanchi ma pacificati, si comprende la misura di ciò che abbiamo vissuto. Non si riceve soltanto il sollievo per la fatica fatta, ma un’eccedenza di bene, una sproporzione di grazia che ripaga ogni singola lacrima e ogni ginocchio piegato.

È la legge divina del centuplo. A chi è disposto a perdere qualcosa — un pizzico di comodità, il proprio orgoglio, la pretesa di bastare a se stesso — non viene restituito il semplice equivalente, ma cento volte tanto in pace, speranza e sguardi nuovi con cui guardare chi ci cammina accanto. Campli ce lo ricorda con la forza mite della sua storia: i luoghi più inaspettati sono spesso quelli dove la terra tocca il cielo con più dolcezza.

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