Leggere “La morte di Ivan Il’ič senza lasciarsi ingannare dalla retorica del capolavoro
.Diciamolo con franchezza, senza timore di sacrilegio: finire La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj può lasciare una strana sensazione di incompiuto, o persino un pizzico di delusione. Non ci sono cavallerie, non ci sono slanci epici né grandi affreschi sociali. C’è solo un uomo colto, un magistrato impeccabile, che scivola da una scala mentre mette a posto le tende della casa nuova e, da quel piccolo incidente banale, comincia a morire.
Eppure, a mente fredda, ci si accorge che la sgradevolezza di questa lettura è esattamente la sua forza. Tolstoj non ti chiede di provare simpatia per Ivan. Anzi, per quasi tutto il racconto ci mostra un uomo che ha impostato l’intera esistenza sul principio del «comme il faut»: fare quello che si deve, sposare chi si deve, arredare la casa come la arredano quelli del proprio ceto, evitare gli scompigli, anestetizzare i dolori nel lavoro e nelle partite a carte con gli amici.
Una vita perfettamente ordinata. Una vita, in fondo, mai davvero iniziata.
La tragedia di Ivan Il’ič non è la malattia che lo consuma nel corpo, ma la certezza terrificante che inizia a farsi strada dentro di lui quando capisce di stare per andarsene: «E se tutta la mia vita fosse stata uno sbaglio?». È qui che la pagina punge. Perché la finzione che circonda Ivan negli ultimi giorni — la moglie che recita la parte della consorte devota, i medici che fingono di avere il controllo della situazione, gli amici che pensano già a chi prenderà il suo posto al tribunale — è la stessa finzione con cui lui ha nutrito i suoi cinquant’anni di vita.
In questa desolazione, però, Tolstoj inserisce dei bagliori sottili ma potentissimi.
C’è Gerasim, il giovane servo di campagna, l’unico capacissimo di stare accanto al dolore senza finzioni, sorreggendo le gambe del padrone con una naturalezza e un’umanità che nessun medico sa offrire. C’è il figlio piccolo di Ivan, che gli stringe la mano in lacrime senza dire una parola. È nell’incontro con la semplicità vera, spogliata di ogni ruolo sociale, che la corazza di Ivan finalmente cede.
Negli ultimi minuti di agonia, quando smette di giustificare il proprio passato e riconosce la propria fragilità, la paura della morte scompare. E al suo posto, improvvisamente, entra la luce.
La morte di Ivan Il’ič non è un romanzo comodo e non deve necessariamente entusiasmare. È uno specchio tagliente. Ci chiede se ciò che stiamo costruendo ogni giorno sia fatto di sostanza o solo di decoro, se stiamo davvero vivendo o se ci stiamo limitando a interpretare una parte. È una lettura che scombussola, ma che in fondo ci ricorda la cosa più importante: che per non temere la fine, occorre avere il coraggio di iniziare a vivere davvero, adesso.


