“Devozione” di Charlotte Wood – i consigli di Benedetta
Il giorno prima di partire per una settimana di vacanza a Tirrenia, località balneare tra Pisa e Livorno, sono andata dalla mia libraia di fiducia a chiedere un consiglio per un libro da portare in valigia. Tra i titoli che mi mostrava, mi sono fermata proprio su questo: “Devozione” di Charlotte Wood.
Ho aperto una pagina a caso, cosa che mi capita spesso di fare per capire fin da subito se lo stile di chi scrive mi piace. E i miei occhi si sono fermati su queste parole:
“Da qualche parte ho letto che per i cattolici la perdita di speranza è il peccato più imperdonabile. Credo abbiano ragione: è maligna, sanguigna e si espande. Una volta che l’hai persa, non so se la speranza – o la fede: sono forse la stessa cosa? – possa mai tornare” (p. 147).
Ho chiuso il romanzo e l’ho portato alla cassa.
Devozione, romanzo finalista al Booker Prize, sfida i ritmi concitati della vita (e dell’editoria) contemporanea.
L’io narrante si è spogliata della sua vita a Sydney, lasciando il marito e il lavoro come ambientalista, alla ricerca di un’esistenza più autentica, meno legata agli impegni stressanti della quotidianità familiare e professionale.
Benché la protagonista non sia religiosa, vivere tra le mura di un convento come ospite – offrendo il proprio contributo nella preparazione dei pasti, nella cura dell’orto e delle pulizie, e partecipando alle preghiere negli orari stabiliti – dà il via a una vera rivoluzione interiore.
Il tempo è quello scandito dalle devozioni: non legato alle lancette dell’orologio, ma ai rintocchi delle campane. È impossibile non concordare con lei:
“Nel mondo contemporaneo, tutta questa quiete ha un che di radicale. È illecita” (p. 22).
Il convento è un luogo in cui la protagonista può finalmente trovare il tempo e la quiete necessari per confrontarsi con il lutto dei genitori, ripensare al proprio passato, indagare dentro se stessa e provare a conquistare la serenità. Almeno finché il mondo esterno non irrompe.
Innanzitutto, la minaccia più evidente — ancora più urgente della pandemia per chi abita nel convento — è l’invasione dei topi, un problema che ha realmente vessato l’Australia in seguito alla siccità. Nonostante le trappole disseminate in tutte le stanze, i roditori si moltiplicano e le suore cercano a fatica di gestire i dispositivi e l’accumularsi dei corpi da seppellire.
Forse questa è l’unica pecca del libro: sono gli unici animali che proprio non sopporto e ne avrei voluto sentir parlare meno!
Se queste scene sono crude e talvolta al limite del buon gusto, la morte si insinua nel convento anche in un altro modo: l’arrivo delle ossa di suor Jenny, morta in Thailandia. Il funerale, infatti, non potrà avere luogo fino all’arrivo dei permessi necessari.
Si apre quindi un periodo di preghiera e di veglia accanto ai resti della consorella, che porta inevitabilmente a confrontarsi con temi centrali quali la morte, l’aldilà e il dramma che può sempre abbattersi sui vivi.
Oltre al tema della pandemia appena accennata, ai topi e al funerale, si aggiunge un quarto elemento che scuote la struttura (e la protagonista stessa): l’arrivo di suor Helen Parry, colei che ha trasportato le ossa di suor Jenny.
Suor Helen è un’attivista molto nota, un volto pubblico e, per questo, criticata ferocemente dalle altre suore. Quanto alla protagonista, per lei Helen è una figura più sfaccettata: anni prima avevano frequentato la stessa scuola, condividendo momenti delicati. Non erano amiche e, anzi, durante un’ora di sartoria era accaduto un episodio che tormenta ancora l’io narrante.
I sensi di colpa e il desiderio di perdono serpeggiano così attraverso i tanti frammenti che compongono la narrazione. Una ragazza eccessiva, non gradita tra i compagni di classe, che la protagonista in convento imparerà a conoscere e apprezzare.
“ Hellen Parry non è cambiata affatto le cose per cui noi compagne la detestavamo tanto scuola, sono le stesse qualità che ora le conferiscono questo potere destabilizzante. Il suo modo spudorato di prendersi tutto lo spazio.”(pag106)
Helen, peraltro, non è l’unica conoscenza scolastica presente al convento: c’è anche Richard Gittens, un uomo che entra ed esce portando spesso il suo aiuto per i lavori di manutenzione dello stabile.
In questo romanzo, dove non è tanto l’avvicendarsi degli eventi a contare, colpisce soprattutto il cammino della protagonista: non un percorso di fede in senso tradizionale, ma un imprevisto imparare a conoscersi all’interno di una nuova quotidianità, finalmente scelta e non imposta.
“Ieri sera prima di andare a dormire sono uscita e sono rimasta in piedi sul vialetto a guardare le stelle nel cielo freddo e nero. Dopo aver vissuto anni in città, la sconfinatezza del cielo notturno di queste parti mi scatena sempre una vertigine lucida e violenta”.
La città non permette di vedere veramente il mondo, pare dirci la Wood, e, ancora più in profondità, lo stress quotidiano non ci concede il tempo di scavare dentro di noi.
È il mal di vivere che può arrivare a causare persino la morte se non viene curato, come accade alla figlia di una famiglia che viveva vicino al convento. Annabella muore di anoressia non perché si senta inadeguata rispetto ai canoni estetici imposti dalla società o perché abbia disatteso le aspettative dei genitori, ma perché, come dice il padre:
“La sua sofferenza era di natura esistenziale e morale, non medica”.
La Wood mette il dito su una piaga del nostro secolo e sembra volerci offrire una traccia da seguire, un consiglio per salvarci.
Questo è il messaggio profondo che Devozione mi ha trasmesso. A parte, naturalmente, l’aver decisamente amplificato la mia fobia per i topi!


