cultura

La custode dei segreti – un racconto di Benedetta Bindi

Era un mattino di metà settembre che sapeva ancora d’asfalto caldo. Adriana se ne stava seduta al tavolo della cucina, spingendosi di continuo sugli occhi gli occhiali dalla montatura verde menta, che continuavano a scivolarle lungo il naso sudato. Sullo schermo del telefono leggeva la ricetta di un’insalata con la feta e l’anguria. Pensò con rabbia a tutta quella gente che andava in giro a dire che il cambiamento climatico non esisteva.

Tanta ignoranza la innervosiva e la preoccupava, forse più ancora delle parole dei suoi due figli la sera prima, a cena. Federico e Valerio, tra un boccone e l’altro di lasagna, le avevano parlato con una certa supponenza: «Tu e papà potreste andare in quel posto ai Castelli che si chiama San Candido».

Un nome che sapeva di mura bianche e asettiche e pavimenti di marmo.

«Una bella casa di cura», avevano detto con la voce troppo alta, come si parla a chi non sente bene.

Sia lei sia Renato avevano superato gli ottant’anni, d’accordo. E va bene, per due volte nell’ultimo mese Adriana si era piantata all’angolo di via Volsci senza avere la minima idea di dove fosse la porta di casa. Ma rinchiuderli?

Lei. Che in quella famiglia era sempre stata il perno invisibile, la custode di tutti i piccoli segreti di ciascuno.

Avrebbe voluto dirglielo, l’altra sera, a Federico, mentre lui giocherellava con il tovagliolo.

Guarda che se la mattina ti svegli e vai in un ufficio, lo devi a me.

Voleva ricordargli di quando suo padre scuoteva la testa davanti all’ennesima lettera di licenziamento, convinto che il figlio fosse un buono a nulla, e di come lei l’avesse preso per le spalle in corridoio, a mezza voce:

«Dagli un’altra possibilità, Renato. Mettilo in contabilità, vedrai che si mette a posto. Se non ha uno stipendio fisso, Barbara, quella ragazza per bene, non lo sposerà mai».

E poi Valerio, il più grande. Che aveva fatto il figlio unico per ben undici anni, fino a quando non era arrivato suo fratello. Lei l’aveva viziato all’inverosimile e ora lui le parlava con quel tono secco e distaccato.

Non sapeva più di quando sua moglie Lucia era pronta a fare le valigie? Dieci anni di matrimonio, due gemelli che strillavano insieme e Valerio sempre in trasferta a Torino. Adriana non solo cucinava spesso per lei, ma si era messa al volante per portare i bambini a lezione di chitarra  e al corso di nuoto, perché Lucia aveva il terrore di guidare nel traffico.

E quando le diceva: «Va’ fuori a prenderti un aperitivo con le amiche, ci penso io ai piccoli».

E adesso le davano il benservito.

Per qualche secondo, una nebbia le calò nella testa.

Sopra di lei, il ventilatore a soffitto emetteva un cigolio ritmico, clic-clac, un suono che si era acuito da quando, negli ultimi mesi, era stato usato di più. La cucina in muratura mostrava i segni del tempo: le mattonelle sbeccate vicino al lavello, le mensole ingombre di barattoli di vetro con le spezie scolorite e i sassi lisci raccolti sulle spiagge di chissà quali vacanze lontane.

Sul davanzale c’era il vaso di salvia.

Non avrebbe mai lasciato quella pianta.

Voleva morire lì, tra i suoi barattoli, non in una stanza pulita da qualcun altro.

Un tempo era stata indispensabile. La sua casa era sempre stata un porto di mare: assistente sociale di professione, ma soprattutto per vocazione.

C’era stata la cara Maria, arrivata a sedici anni spaventata dal mondo e poi volata a Monaco da donna sposata. C’era stato Gianni. E poi tutti quegli studenti universitari che avevano dormito sul divano letto in soggiorno; si erano integrati e riuscivano perfino a cucinarsi da soli la carbonara.

Era stata utile.

E ora, semplicemente, volevano riporla in un cassetto per non averne il pensiero.

Saranno state le nuore, rifletté, avvertendo una fitta d’amarezza al petto. Sicuramente è stata un’idea loro.

In quel preciso istante, il telefono fisso sul muro squillò con il suo trillo metallico.

Adriana si alzò a fatica, pulendosi le mani sul grembiule.

«Adriana? Sono Lucia.»

La voce della nuora era cauta, un po’ increspata dall’esitazione.

«Come stai stamattina? Valerio mi ha detto che ieri… ti hanno vista seduta sulla panchina di largo Garibaldi, con la borsa della spesa. Ti eri persa di nuovo?»

Adriana si strinse nella vestaglia, fissando le foglioline rugose della salvia.

«Ma figurati. La memoria ogni tanto fa cilecca, è come se si staccasse l’interruttore per un secondo. È stato il caldo, Lucia. Un’estate tremenda. E poi domani ho la visita dal neurologo, vedrai che mi dà un tonico.»

Dall’altro capo del filo ci fu un lungo silenzio. Si sentiva il rumore metallico di una tazzina appoggiata su un piattino.

«Ascolta, Adriana», disse Lucia, ed era strano com’era dolce la sua voce, senza l’ombra di quell’aria di sufficienza che avevano avuto i ragazzi la sera prima. «Volevo dirti una cosa. Ora che i gemelli sono saliti a Milano per l’università, questa casa è diventata troppo grande e silenziosa per me e Valerio. E la vostra ha quel bel terrazzo… Stavamo pensando che potremmo traslocare da voi per un po’. Se a te e a Renato fa piacere.»

Adriana restò immobile, con la cornetta appiccicata all’orecchio.

Il ventilatore continuava a girare, clic-clac, spostando appena la tenda arancione della finestra.

Non disse una parola.

Fece solo un piccolo respiro profondo e  gli occhiali verdi  le scivolarono ancora sul naso, lasciando che un sorriso lento, del tutto privato, le illuminasse il volto ancora bello.

Poi, con una mano, accarezzò una foglia di salvia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *