La sparizione – un racconto di Benedetta Bindi
Quando mi chiamò Maria, mia sorella, ero nel mezzo di una passeggiata tra i boschi in Abruzzo.
Mi sentivo serena, ma al suono del cellulare, con il suo nome sullo schermo, iniziai a sentire il cuore accelerare.
Da quando ero piccola, il rapporto con mia sorella non è mai stato dei migliori. Due caratteri opposti che si conciliavano a fatica: lei, la saccente; io, la remissiva.
Fino a quando non sono cresciuta e ho imparato a dire la mia, quando serve, per difendermi.
Ma quella domenica eravamo in un periodo di tregua, soprattutto perché, da quando si era sposata, cercavo di incontrarla il meno possibile: suo marito lo trovavo piuttosto bizzarro, e temevo non fosse la persona adatta a lei.
Risposi con l’affanno, perché ero su un sentiero in salita; anzi, esagerai apposta, per far sì che la telefonata fosse breve.
— “Ciao Isa, dove sei?”
— “Nei boschi, Maria. Te l’avevo detto che partivo…” dissi con tono scocciato.
— “Scusami, ma… Maurizio è sparito. Non è tornato a dormire a casa stanotte. Era andato a cena con il suo gruppo di judo, e poi niente. Ho scritto ad Alberto, l’unico che conosco del gruppo, ma non mi ha ancora risposto. E non so nemmeno dove abita, altrimenti gli avrei citofonato.”
Erano le nove e trenta del mattino. L’aria era pulita, il sole splendeva — dolce e tenue, come sa essere in autunno.
Ebbi l’impulso di attaccare. Fingere che il telefono avesse perso la linea. E davvero, per qualche secondo, finsi di non sentirla. Mi feci risucchiare dal verde degli alberi.
Temevo fortemente che la mia domenica nella natura stesse per finire da un momento all’altro. Anzi, ne ero certa.
Alla messa del sabato, il parroco aveva detto che non esiste una vita dove tutto va liscio: dove i vicini sono carini, i familiari non danno problemi, e con il marito non si litiga mai.
“Una vita così esiste… ma sottoterra”, aveva detto, sorridendo.
Persa nei miei pensieri, ero rimasta in silenzio, quando sentii:
— “Isa? Isa, ci sei?”
— “Ci sono, Maria. Qui prende male.”
— “Ecco, sono preoccupata, capisci? Non so cosa fare. È uscito con la moto ieri sera… e se avesse avuto un incidente?”
Poi iniziò a singhiozzare. Prima piano, poi sempre più forte.
A quel punto capii che il problema era serio. E con voce rassegnata le dissi:
— “Vuoi che torni?”
Lo dissi quasi per farle capire che, ora, il coltello dalla parte del manico ce l’avevo io.
— “No, no…”
Salutai il mio gruppo, raccontai l’accaduto, tornai dove avevo lasciato la mia Pandina gialla e mi rimisi in viaggio verso Roma.
Maurizio, il marito di mia sorella, non mi aveva mai convinta. Più giovane di lei di tre anni — trenta contro trentatré — alto, secco, mi pareva senz’anima.
Figlio di un sindacalista bolognese e di una maestra elementare, era venuto a Roma dopo essere stato assunto in un’agenzia di grafica. Sempre dinoccolato, con la testa tra le nuvole.
Ad ogni cena insieme mi sembrava altrove.
Troppo silenzioso per i miei gusti. Troppo “alternativo” per mio marito.
Tre orecchini per ogni lobo, una cartina geografica di tatuaggi sulle braccia, braccialetti colorati portati con disinvoltura.
— “Il mio Picci…” lo chiamava Maria.
Insopportabile.
Il suo Picci era sparito, rovinandomi la bella domenica. Lo immaginavo a casa di una “alternativa” come lui, a fumare e bere, per poi addormentarsi abbracciati, mentre mia sorella piangeva sola nel letto.
Si erano sposati in fretta, e io continuavo a ripetermi:
“Non ci si sposa dopo appena un anno di fidanzamento, maledizione!”
Mentre guidavo verso Roma, Maria mi richiamò: aveva avvertito i carabinieri.
Ma trattandosi di un adulto, non potevano attivare alcuna ricerca.
Era un uomo libero.
— “Anche di andare dall’amante”, pensai.
Ero tesa. Nervosa.
Come aveva fatto Maria ad innamorarsi di un tipo simile? Era evidente che fosse inaffidabile.
Lo dicevano anche quei sandali da frate che portava da maggio fino a ottobre inoltrato, e poi sempre con quelle magliette piene di disegni che si faceva stampare sotto casa. Le immagini le creava lui: io la chiamavo egocentrismo. L’unico lato positivo era che risparmiava. Con i soldi di quattro delle sue, se ne comprava una di marca.
Arrivata sotto il loro appartamento, vicino piazza Vittorio, citofonai e salii le scale di corsa.
Mi aprì… Maurizio. Era appena rientrato.
Un suo amico l’aveva chiamato nel bel mezzo della cena: disperato, dopo essere stato lasciato dalla compagna con cui conviveva da tre anni. In preda al panico, aveva ingerito due flaconi di medicinali.
Ubriaco e fuori di sé.
Maurizio si era precipitato da lui e aveva chiamato l’ambulanza.
Il suo cellulare? Rimasto sul tavolo del ristorante. Un amico l’aveva raccolto e poi, intelligentemente, spento.
Sembrava una scusa. Ma non lo era.
Guido — l’amico — ora dormiva in ospedale. Lo tenevano in osservazione.
La dottoressa aveva detto che era stato un miracolo.
Probabilmente, senza la lavanda gastrica, non sarebbe arrivato al mattino dopo.
Certo, Maurizio avrebbe potuto trovare un modo per avvisare Maria, anche senza telefono.
Ma l’unica cosa che era riuscito a fare, quella notte, era inginocchiarsi nella cappella dell’ospedale, e pregare.
Lui, che si dichiarava ateo.
Pregava che il suo amico si salvasse.
Io lo guardavo mentre raccontava tutto. Non aveva dormito. Eppure, non aveva sonno.
Guardai i suoi braccialetti colorati. I cerchietti all’orecchio. I capelli ricci, tanti e scomposti.
Gli occhi grandi, su quel volto magro e ovale.
Per la prima volta notai che era bello.
Per la prima volta… lo vidi davvero.
Pensai a quanto sia facile giudicare.
A quanto sia comodo etichettare gli altri con le nostre convinzioni.
Eppure lui — quello che chiamavo “alternativo” — quella notte aveva scelto la cosa più difficile.
Non l’egoismo, non la fuga. Ma la cura. Il rischio. La preghiera.
E io, che mi credevo più “giusta”… in un primo momento avevo pensato solo a me. Alla mia domenica rovinata.
Mi tornò in mente una frase del parroco, detta tra le righe, che ora brillava chiara nella mente:
“Dio non arriva sempre vestito da ufficio. A volte ha i sandali rotti, i braccialetti colorati, o sta annegando nel Mediterraneo…”

