cultura

Io e la mia cucina – un racconto di Benedetta Bindi

Amo le cucine. 

Le donne d’oggi possono dire di adorare un bel bracciale, un anello, degli stivali, un quadro importante, un salotto elegante o un terrazzo pieno di luce.

Ma poche dicono: “Amo la cucina.”

Forse perché, al giorno d’oggi, passi subito per una donna antica, una che si accontenta di fare la casalinga.

Io, invece, sono attratta poco da quelle delle riviste, lucide e silenziose, dove sembra che nessuno abbia mai bollito un uovo, o forse solo quello. Quelle vere mi piacciono: con le briciole sul pavimento che si attaccano sotto le scarpe, i piatti lasciati ad asciugare, il profumo del sugo rimasto nell’aria fino a sera. Per quelle sì che vale la pena vivere.

E come non provare curiosità per quei frigoriferi enormi e pieni, con calamite storte e fotografie attaccate male. Poi ci sono i fornelli, meglio ancora se con qualche schizzo di grasso, i mestoli appesi in bella vista, le presine mezze bruciate.

Nelle cucine ci deve essere passaggio. Qualcuno che entra, apre il coperchio di un tegame e assaggia senza chiedere permesso.

Ora invece al supermercato si trova tutto pronto: tre minuti nel microonde e via, così non si sporca niente.

Mettere a posto costa fatica.

E se poi si mangiano cose piene di conservanti, che importa?

Una ragazza giovane, mentre prendeva quattro zuppe già fatte, mi ha risposto così quando le ho detto che erano piene di porcherie:

— “Con quella che si respira, signora…

Beh almeno non aggiungiamo male al male, ho pensato.

Io ho sempre adorato la mia cucina rossa in formica. È degli anni Sessanta e non la cambierei mai con una moderna. In ogni sportello, in ogni graffio, sono rimasti schiacciati i miei ricordi, come quadrifogli dentro un libro. A volte mi basta sfiorare un pensile o appoggiare la mano sul tavolo perché tutto si animi e torni a parlarmi.

Tutto a un tratto un giorno siamo rimaste solo io e lei, in questa casa.

Mio figlio Luca ha quasi quarant’anni. Da tempo non sbatte più gli sportelli in cerca di pentole.

Gli è sempre piaciuto cucinare. Quando arrivava qualche parente diceva subito:

— “Preparo io la pasta, mamma!”

Allora sì che la cucina prendeva vita. Diventava un quadro di Pollock: schizzi dappertutto, macchie d’olio sugli strofinacci, pentole sporche nel lavello. Io urlavo che sembrava fosse scoppiata una bomba, ma sotto sotto ero felice. Una cucina troppo pulita mette tristezza. 

Poi Luca è andato a vivere da solo.

Otto anni dopo Edoardo, mio marito, si è ammalato.

Operato d’urgenza. Due mesi dopo non c’era più.

— “Non voleva disturbare”, disse sua sorella al funerale.

“Carla, lui è sempre stato indipendente. Figurati se voleva farsi accudire.”

Non sono mai andata d’accordo con mia cognata, con il suo cinismo lucido, con quel modo di parlare del dolore come fosse una pratica da archiviare. Restare sola in questa casa grande, la stessa dove sono cresciuta, non è stato facile.

Senza mio marito ho imparato a odiare il tempo. Continuava a scorrere regolare, ostinato, come se niente fosse successo. La notte non riuscivo a dormire.

Venivo in cucina, preparavo una camomilla e mi sedevo su una delle quattro sedie di formica.

E ricordavo.

Mia madre che mi insegnava a fare la pasta all’uovo, gli gnocchi, i dolci delle feste.

Luca che faceva la pasta di sale. Luca e la sua prima carbonara, troppo piena di sugo, quasi un mattone, ma preparata con un orgoglio immenso.

Mio marito intento a fare il limoncello, con la radio accesa, le bucce di limone sparse ovunque e quel modo di sorridermi che mi entrava nel cuore.

Mi addormentavo in cucina, con la testa appoggiata al tavolo.

La mattina dopo mi svegliavo piena di dolori, ma era l’unico modo in cui riuscivo a riposare davvero.

Sono andata avanti così per mesi, senza dire niente a nessuno.

Fingevo di stare bene. Dicevo a tutti:

— “Edoardo è in cielo sereno. Ha evitato di soffrire. Meglio così.”

Pregavo, sì.

Ma la preghiera non bastava a riempire il vuoto della sua assenza.

Perché il ricordo di una persona amata non resta fermo in una fotografia: si nasconde nei mobili, negli odori, negli oggetti quotidiani. Ti aspetta dietro una tazza dimenticata o dentro un cassetto che continui ad aprire per abitudine.

Poi, un pomeriggio di fine aprile, è arrivata una specie di miracolo.

Stavo leggendo un libro sulla poltrona elettrica che mi ha regalato mio figlio per stare più comoda. A me è sembrata soprattutto la conferma ufficiale della mia vecchiaia, ma gli ho dato comunque un bacio e abbiamo trovato posto a quell’affare in salotto.

Quando ha suonato il citofono sono andata a rispondere.

— “Sono Emilia Cristina… ti ricordi? La signora del fioraio all’angolo.”

— “Certo che ti ricordo! La memoria ce l’ho ancora. Sono altre le cose che ho perso per strada”, le ho risposto.

Mi sono aggiustata i capelli davanti allo specchio dell’ingresso e ho messo anche un filo di rossetto, quello che tengo sempre lì per contrastare la sciatteria dei miei vestiti da casa.

Le nostre madri si conoscevano e noi siamo cresciute vedendoci quasi ogni giorno.

Da tempo aveva venduto il negozio e si era trasferita a vivere a Bracciano.

Mi ha parlato di  suo figlio, del suo negozio di pasta all’uovo che avrebbe aperto quasi sotto casa mia, e voleva affiancare alla pasta anche dei dolci artigianali.

— “Carla, sarà un posto semplice. Di quelli dove la gente entra anche solo per sentirsi a casa. Tu sei sempre stata bravissima con i dolci. Le tue crostate… i tuoi ciambelloni…

Ho accettato senza pensarci troppo.

E senza accorgermene ho iniziato a sentirmi meglio.

Preparare torte per qualcuno, aspettare che il burro si sciolga, sentire il profumo del limone e della vaniglia diffondersi nelle stanze… tutto questo ha mosso qualcosa in me.

La sera, stanca, tornavo finalmente a dormire nel mio letto.

Per quattro anni la mia cucina è tornata a riempirsi di impasti, teglie e zucchero a velo.

Poi è arrivata Carolina, la figlia di Luca e Beatrice.

I suoi suoceri vivono a Verona,  i genitori sempre al lavoro, super nonna Carla è entrata in scena. Così ho deciso che nella mia cucina era arrivato il momento di cambiare profumo. Non più crostate, ma brodo vegetale, biscotti sbriciolati sul tavolo e pappe dappertutto.

E mentre imbocco mia nipote o la tengo in braccio, ho capito che la vita non toglie soltanto: a volte restituisce in forme diverse.

L’assenza di chi abbiamo amato diventa presenza  invisibile,  che non fa male, ma ci accompagna mentre continuiamo il cammino.

Vivere, per me, significa ancora apparecchiare la tavola, nonostante il posto vuoto, brontolare perché nessuno chiude bene gli sportelli della cucina per poi accorgermi che la casa è vuota e ridere di me, e preparare dei biscottini  a stella per Carolina .

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