Il viaggio – di Benedetta Bindi
L’avevo fatto, ero partito. Da tempo lo programmavo; forse da più di un anno avevo deciso di “fermare” quei giorni sulla mia agenda.
Nei mesi precedenti la partenza c’era stato un continuo susseguirsi di email con i missionari. Ti preparano facendoti intuire che lì nulla è programmabile come siamo abituati a fare noi in città. Credo che per questo prendevo tempo, mi spaventava. Poi, un giorno, mi decisi. Ero arrivato al limite della sopportazione per vari fattori che non voglio elencare; per farla breve, a spingermi a fare i bagagli fu una serie di delusioni messe in fila, come pezzetti di carne sullo spiedino: così tanti da non poterne infilare più nessuno. Preparai la valigia e partii.
La vera trasformazione iniziò dal finestrino dell’aereo. Guardando in basso, e poi in alto, tutto si stava ridimensionando. I problemi che mi avevano chiuso in un vicolo cieco, così enormi da togliermi il fiato la notte, apparivano improvvisamente piccoli. Il cielo, che poche ore prima sembrava lontanissimo, ora si faceva bucare. E le nuvole – quelle che maledicevo quando si univano perché giravo sempre in motorino – adesso pareva che mi abbracciassero.
Toccato il suolo africano, fui avvolto da un caldo secco, deciso. Quando i miei piedi entrarono nel villaggio dove avrei trascorso un mese come volontario, il primo pensiero fu che lo straniero, lì, ero io. Tutti mi guardavano: io ero il “bianco”. Ho sentito tutto il peso di quei preconcetti che normalmente siamo noi a riversare sugli altri; ora erano loro a vestirmi in maniera analoga. Ma questa sensazione durò poco, soppiantata da un’altra molto più bella: la sorpresa.
Ecco cosa ho provato costantemente lavorando. Sorpresa per i sorrisi, per la musica, per i loro balli, ma anche per la sofferenza, le lacrime, i sapori. L’odore della terra rossa dopo la pioggia e il gusto del fu fu, il pane tipico della Sierra Leone ottenuto pestando farina di manioca e platano. E poi la fede. Una fede disseminata dappertutto: forte, magica.
Prima di partire mi sentivo svuotato, demotivato. Pensavo che sarei rimasto per tutto il mese un semplice osservatore, uno che aiutava per noia o per tornare a sentirsi bene con se stesso dopo un periodo difficile. Eppure è accaduto qualcosa di diverso.
Negli ultimi giorni ho capito che il viaggio mi aveva trasformato; non ero più lo stesso di quando ero salito sull’aereo. Lavorare in una missione è come indossare un abito: pensi sia adatto solo per una serata, e poi ti calza così bene che non riesci più a farne a meno. Ogni altro capo sembra brutto al suo confronto.
Questo viaggio mi ha insegnato che il bene che posso fare è alla mia portata, e che ogni vita sostenuta, aiutata, è una vittoria del bene sul male. Ho imparato ad amare senza riserve. Prendevo pezzi del mio cuore e li davo a tutti quei bambini e, più ne davo, più mi sorprendevo a vederne ancora.
Ma la vera magia era che non ero l’unico a donare: in ogni loro sorriso, in ogni abbraccio spontaneo, erano loro a riempirmi di nuovo.
Leggendo queste parole potrai pensare che io sia un sentimentale, patetico ed esagerato. Ma chi l’ha provato sa cosa intendo: il viaggio mi ha insegnato a non fermarmi, nemmeno una volta arrivato a casa. L’Africa mi è venuta incontro. Il viaggio più lungo non è stato quello di migliaia di chilometri, ma quello che separa gli occhi dal cuore.


