Il gioco del calcio e il giogo leggero
La domenica mattina di un padre di famiglia ha i suoi ritmi serrati e le sue regole non scritte. Una di queste è l’anticipo tattico: quando devi accompagnare tuo figlio alla partita e la convocazione richiede di essere al campo un’ora e quindici minuti prima del fischio d’inizio, ti ritrovi improvvisamente in tasca un tempo sospeso. Un margine prezioso che, se vissuto con lo sguardo attento alle #solocosebelle, si trasforma da semplice attesa in un’occasione di grazia e di incontro.
In queste situazioni mi domando sempre: che cosa c’è di bello, qui vicino, da conoscere e far conoscere?
Invece di far passare i minuti in auto, ho cercato una chiesa nei paraggi del campo sportivo e mi sono imbattuto nella Parrocchia di Santa Maria delle Grazie a Casal Boccone, in via della Bufalotta a Roma. Qui, in un’atmosfera viva e informale, il parroco, don Demetrio Quattrone, celebra la Messa ancora all’aperto, sotto la struttura accogliente del porticato e del gazebo.
Nell’omelia, don Demetrio ha offerto spunti di una concretezza disarmante (da farci un editoriale per ognuno!) capaci di parlare dritti alla vita quotidiana:
- La bontà sovrabbondante di Dio: Rileggendo la parabola dei lavoratori della vigna, ha rilanciato la domanda provocatoria del Padrone: «Tu sei invidioso perché io sono buono?», ricordandoci quanto Dio sia stato smisuratamente generoso e buono con ciascuno di noi, ben oltre i nostri stretti calcoli umani.
- L’arte dell’essenziale: Citando un prezioso consiglio di Papa Leone ai sacerdoti sulla fraternità, ha ricordato: «Fate meno cose, ma fatele bene». Un invito a rallentare, a spogliare l’agenda dai troppi affanni per mettere qualità e cuore in ciò che conta davvero.
- La salute delle relazioni:«Un uomo e una donna che hanno buoni amici stanno meglio». Una verità semplice ma profonda: la rete di un’amicizia sincera e condivisa è il miglior balsamo per la vita personale e di coppia.
- La bussola della Parola:«La Scrittura è talmente chiara che dovrebbe bastarci per fare un buon cammino di fede». Nessuna sovrastruttura o alibi: il Vangelo ha già tutte le coordinate che servono.
A fare da cornice a questa celebrazione all’aperto, proprio al centro del gazebo, spiccava un’iscrizione latina ricca di fascino: «Si fallor, sum», e subito sotto il versetto evangelico «Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Matteo 11,30), posizionati accanto agli antichi strumenti in legno della fatica contadina, come il giogo e la macina.
Questa accoppiata non è casuale ed esprime la sintesi perfetta dell’intero discorso:
- «Si fallor, sum» (“Se mi inganno, esisto”): È la celebre intuizione di Sant’Agostino (tratta da La città di Dio). Agostino risponde a chi teme l’errore o la propria fragilità dicendo: persino quando sbaglio, quando fallo o mi inganno, io confermo di esistere. La fallibilità non è la fine di tutto, ma la prova della nostra condizione umana limitata. Non dobbiamo avere la pretesa di essere infallibili o perfetti.
- Il legame con Matteo 11,30: Quando l’uomo cerca di essere perfetto da solo, si carica sulle spalle un peso insopportabile (il perfezionismo, la paura del giudizio, il rigore delle proprie prestazioni). Ma è proprio qui che s’innesta il Vangelo: Gesù non ci chiede di non sbagliare mai, ma di consegnargli i nostri limiti.
- La contestualizzazione: Riconoscere il nostro “Si fallor, sum” (accettare con umiltà che possiamo sbagliare) ci permette di deporre l’orgoglio e di accogliere il giogo di Cristo. Il Suo giogo è “dolce” e il Suo carico è “leggero” proprio perché non dobbiamo più portare il peso di salvarci da soli. Gesù si mette alla stessa stanga del giogo insieme a noi: la fatica resta, ma condivisa con Lui non schiaccia più.
Lì, tra il vocio dei ragazzi che si scaldavano in lontananza e il silenzio raccolto della Messa sotto il gazebo, quella frase in latino e quel giogo di legno hanno ridato il giusto peso alle cose: Dio non ci misura sulla base delle nostre prestazioni impeccabili, ma sulla nostra disponibilità ad affidargli le nostre fragilità.
Uscire da quella Messa e tornare al campo da calcio è stato come camminare con un passo decisamente più leggero.


