Da quando sei andata via – di Benedetta Bindi
Veronica si sentiva così sola da quando Dana, sua figlia, era andata via di casa.
«Provo a convivere con Marco, abbiamo deciso!» le aveva detto radiosa un giorno a pranzo. Già la parola “provo” non l’aveva per niente convinta, ma aveva taciuto accennando a un sorriso: aveva imparato a fare così per non entrare in conflitto con la ragazza. Aveva impiegato del tempo per riuscirci, e molte sedute dalla psicologa.
La casa, senza sua figlia, ora le pareva vuota. Nemmeno la presenza di suo padre nella stanza in fondo al corridoio — dove stava sempre rinchiuso a dipingere, una passione che gli era venuta da quando era rimasto vedovo — le faceva compagnia.
Non riusciva nemmeno a prendere l’auto e andare a passeggiare al mare, una cosa che le era sempre piaciuta: durante il viaggio si sarebbe sentita ancora più sola. Così andava a piedi fino al mercato, parlava con i proprietari di ogni banco e ad alcuni portava persino il caffè.
Un giorno tornò a casa con le solite buste della spesa e le braccia che le dolevano. Pensò che era arrivato il momento di usare il carrello che suo marito le aveva comprato, ma che dimenticava sempre.
Quando entrò in cucina trovò suo padre che lavava i piatti. Indossava un grembiule a righe ed era chino sul lavello, ignaro della presenza della figlia.
«Non importa che lavi i piatti.»
«Mi piacerebbe sapere dove mangerei questa sera se non li lavassi!»
«Papà, in lavastoviglie in poco più di un’ora sono puliti.»
«Eh, ma bisogna metterceli!»
Era così curvo che da dietro non gli si vedeva nemmeno la testa. Veronica vedeva solo le sue spalle arrotondate, gli elastici delle bretelle incrociati a X nell’incavo della spina dorsale e il pantalone arricciato, privo di forma.
In qualunque punto guardasse, vedeva qualcosa che la rattristava.
Entrò nella camera della figlia per chiudere l’anta della finestra che sbatteva. Ogni mattina apriva quella stanza per farla arieggiare, come per fare in modo che fosse sempre pronta nel caso lei fosse tornata.
Non le piaceva il ragazzo di Dana e, sotto sotto, sperava sempre che un giorno la figlia avrebbe capito che non era quello giusto per lei.
Gli oggetti che la ragazza aveva lasciato erano importanti: non avrebbe mai sopportato di vedere la stanza sgombra, come suo marito le aveva suggerito di fare.
Aspirò il profumo di Dana: sapone al mughetto e stoffa appena stirata.
Quando Dana era appena nata, Veronica si era resa conto per la prima volta che era impossibile morire.
Si era sentita improvvisamente fragile sotto il peso della responsabilità di stare in vita e crescere sua figlia. Le era venuta la paura del fuoco, la fobia che la casa potesse bruciare. Non ne aveva parlato al marito, perché lui ne avrebbe ovviamente riso.
Anche quando Dana era cresciuta e non era più voluta stare sulle sue ginocchia, fino a quando si chiudeva a sentire la musica nella sua stanza, lei doveva comunque esserci. Doveva darle da mangiare, stare a sentire quello che diceva.
«Mamma, devo comprare il vestito per la festa di Simona, ho mal di pancia, a Melissa hanno comprato un motorino bellissimo, Francesco e Giorgio hanno litigato fuori dalla scuola…»
Veronica annuiva, quasi senza ascoltare. L’unica risposta dovuta era: «Ah, sì?».
Così Dana era soddisfatta, come se le cose esistessero davvero solo dopo che sua madre ne era stata informata.
Ma adesso? Aveva cresciuto sua figlia senza morire, alla fine. Era libera dalle sue paure.
Eppure di notte si svegliava triste e tremante. Prendeva il viso del marito tra le mani, lo svegliava e gli diceva: «Non sono più necessaria».
«Lo sei per me!» le rispondeva lui, stordito dal sonno.
«E quel Marco non mi piace! Dana è andata via di casa prima di avere un lavoro, gli abbiamo concesso troppo…»
«Lo capirà anche lei che ha affrettato i tempi», diceva lui, per poi rigirarsi sul fianco a dormire.
Anche a suo marito non piaceva quell’uomo robusto dai capelli rossicci. Aveva dieci anni più di loro figlia, faceva l’assicuratore nella filiale del padre, aveva un’aria triste, odiava vedere qualsiasi sport in televisione ed era appassionato di modellismo e scacchi. Quando gli aveva chiesto se volesse andare a pescare con lui, gli aveva risposto che la barca gli faceva venire il mal di mare.
Lui e sua figlia avevano persino trascorso l’estate in una malga in Valle d’Aosta. Dana, che amava la musica, i concerti e viaggiare per le capitali, ormai vedeva solo distese verdi e mucche.
Andrea, suo padre, un giorno prima che andasse via di casa le aveva detto che trovava Marco noioso e un po’ saccente. Lei aveva risposto: «Deve piacere a me, papà!», e gli aveva dato le spalle, offesa.
Qualche mese dopo, Dana arrivò una domenica mattina senza avvertire.
Stavano facendo tutti e tre colazione con un bel ciambellone appena sfornato dal nonno, a cui era presa la passione per la cucina oltre che per la pittura.
Veronica la sentì entrare e, prima ancora di vederla, riconobbe il rumore delle sue chiavi nella serratura. Per un istante il cuore le fece un salto, come quando era ragazza e tornava a casa tardi dopo una festa.
«Mamma?»
«Sono in cucina.»
Dana comparve sulla porta con un sorriso strano. Non era il sorriso allegro con cui raccontava qualcosa, né quello impaziente che aveva da adolescente quando aspettava di uscire. Sembrava quasi imbarazzata.
Andrea abbassò il giornale.
«Che succede?»
Dana si sedette. Guardò prima sua madre, poi suo padre.
«Devo dirvi una cosa.»
Veronica sentì subito quella vecchia paura che credeva di aver superato. Quella che le aveva fatto immaginare incendi, incidenti, ospedali.
Dana scosse la testa.
«No. Cioè… sì.» Fece un respiro. «Sono incinta.»
Da quando era piccola era sempre stata così: andava dritta al sodo senza girarci intorno, mentre le guance le si arrossavano all’improvviso.
Per qualche secondo nessuno parlò.
Andrea rimase con il giornale aperto sulle ginocchia. Veronica guardava sua figlia senza riuscire a capire se dovesse abbracciarla o farle una domanda.
«Ma… la tesi?»
«Papà, tranquillo, ,a discussione è tra un mese non si vedrà nemmeno la pancia, e poi in due si è più forti.»
Dana sorrise appena. Il nonno continuava a gustare il ciambellone come se niente fosse accaduto, forse pensò Veroniaca a causa dell’apparecchio acustico che spesso dimenticava di mettere.
Suo martio peese fiato e disse: «E Marco?».
«È… beh, un po’ sconvolto. Aveva organizzato un viaggio a Mosca, al festival degli scacchi che si tiene quando sarò all’ottavo mese…sai come regalo di laurea…Ma io tengo il mio bambino!»
Dopo pranzo Andrea rimase seduto al tavolo con le mani tra i capelli e la testa all’ingiù. Veronica mise quattro tazzine nel lavello.
«Dovremo fare qualcosa con la stanza», disse Andrea.
Veronica si voltò. «Quale stanza?»
«Quella di Dana.»
Per la prima volta da quando la figlia era andata via, Veronica non provò dolore entrando nella sua camera.
Aprì la finestra. Sul letto c’erano ancora alcuni libri dell’università e sulla libreria una fotografia di loro due al mare abbracciate e sorridenti.
Si sedette.
Dalla stanza in fondo al corridoio arrivò la voce di suo padre.
«Veronica!»
«Sì, papà?»
«Secondo te ci sta un lettino lì vicino alla finestra? Vorrei prenderlo di legno e dipingerlo io. Pensavo di farlo verde con scimmie, tigri, gazzelle, leoni e pantere. Maschio o femmina che sia, sarà come la mia Dana! Potente!»
Guardò ancora una volta la stanza di sua figlia.
Poi cominciò a spostare i mobili.


