Oltre il dolore di Crans Montana: restare ‘base sicura’ per i figli che vanno incontro al mondo
Visionare di continuo, come sta accadendo in questi giorni, le immagini della strage di Crans Montana ci fa sperimentare tutto il dolore e tutta l’ansia del mondo. La psicologia chiama questo fenomeno traumatizzazione indiretta. Anche se noi non siano dentro i fatti di cronaca, i fatti di cronaca entrano dentro le nostre vite e la nostra psiche, sollecitando un’angoscia che diventa pervasiva e divorante. Sentiamo il dolore dei genitori che hanno perso i figli come se fosse il nostro. E ci immaginiamo quanto gigantesca sia la disperazione e lo stordimento di quelle mamme e quei papà i cui figli risultano dispersi. Non si sa nulla di loro perché non appaiono in alcune lista ufficiale: non sono tra i feriti e i ricoverati, non sono tra i tornati a casa. Forse appartengono alla lista dei deceduti irriconoscibili che richiederà tempi lunghi e analisi complesse effettuate sul Dna, per accertarne un’identità e per poterne decretare il decesso. E’ questo un dolore amplificato che tiene chi lo vive sospeso sul filo dell’incertezza angosciante, della traumatizzazione senza fine e che anche per noi terapeuti risulta essere di estrema difficoltà nel maneggiarla sul piano clinico.
E’ difficile usare la psicologia per affrontare stragi come quelle di Crans Montana, perché essa non è in grado di fornire alcun conforto. Può solo raccontare il dolore della mente di chi si trova dentro a questo incubo e di chi lo osserva da fuori. Gli strascichi di ciò che è accaduto a Crans Montana resteranno con noi per molto tempo. Diventeranno battiti accelerati del cuore ogni volta che i nostri figli ci saluteranno per andare a una festa o entrare in un locale. Saranno respiri mozzati quando li cercheremo al telefono e lo sentiremo squillare senza risposta. Si trasformeranno in risvegli improvvisi di notte quando avremo figli partiti per brevi vacanze insieme ai loro amici e proveremo l’impulso di geolocalizzarne la posizione, certificarne in modo diretto o indiretto il loro essere vivi.
Invece, l’unica cosa che a loro, ai nostri figli, serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro. Che raramente e purtroppo è tragico, come in questo caso. Ma che quasi sempre sa accoglierti con opportunità che non coglieresti mai se rinunciassi ad andarlo a cercare, rimanendo nel territorio ultraprotetto della tua comfort zone.
L’articolo completo è disponibile sul sito di Famiglia Cristiana e accessibile tramite il link associato a questo post. Da commentare e condividere con altri genitori, per continuare a rimanere base sicura nella vita dei nostri figli, capitano coraggiosi nelle tempeste del vivere.


