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Gloria – un racconto di Benedetta Bindi

Era la mia migliore amica, si chiamava Gloria.

Parlo al passato perché non ci vediamo e non ci sentiamo da un po’. Ogni tanto penso a lei e mi rammarico che, nell’epoca dei social — in cui tutti possono ritrovare tutti — io non riesca a trovare lei.

Probabilmente non ha né Instagram né Facebook. O, se li ha, non usa il suo nome. Forse non vuole farsi trovare.

Era particolare: la virgola al contrario in un tema, quella che non seguiva né mode né correnti.

Gloria era magrissima, con capelli lunghi e neri, il volto di una bellezza insolita e due occhi ipnotici, intelligenti, che mettevano soggezione.

Osservava il mondo in silenzio, si poneva mille domande e le stipava tutte nel suo corpo piccolo, tanto che a volte avevo paura potesse scoppiare.

Ero certa che si chiedesse perché sua madre l’avesse abbandonata e se sapesse chi fosse suo padre.

Cosa avesse pensato don Nicola quella mattina, passeggiando con il suo cane lupo, quando aveva trovato, nell’orticello che coltivava, quella creatura minuscola che piangeva.

Non seppe mai chi l’avesse lasciata lì. Solo un sospetto: una prostituta, visibilmente incinta, con l’accento del Sud Italia, si era presentata più volte da lui chiedendo un pasto caldo nel mese di dicembre. Poi era sparita. A gennaio, vicino ai broccoli appena spuntati, era comparsa Gloria.

Lei conosceva quella storia e ogni tanto ci ragionava insieme:

«Ho i capelli neri, come tante donne del Sud. Potrei essere sua figlia. Però la mia pelle è più bianca del latte… forse mio padre era slavo?»

Le sopracciglia si univano in una linea sola e la fronte si corrugava. Io lo capivo subito: i pensieri erano tornati.

Solo io riconoscevo quell’espressione. Solo io sapevo cosa le stava succedendo.

Poi, un giorno, Gloria si stancò di domandarsi chi fossero i suoi. Era fatta così: sapeva scacciare il brutto come l’acqua fredda sul viso al mattino.

Tratteneva il respiro, poi il mondo tornava dritto.

È una cosa che ha insegnato anche a me, quando qualcosa mi andava storto:

«Guarda avanti, Ninì, che a guardare indietro si rischia di cadere in un buco.»

Sua madre adottiva, Denis, era un metro e ottanta di donna — forse oggi, con gli anni, avrà perso qualche centimetro — e sprizzava gioia da tutti i pori. Suo padre, Octavio, un gigante di quasi due metri, faceva battute ogni volta che andavo a casa loro.

Gloria si vergognava quando veniva a prenderla a scuola: i compagni dicevano cose come:

«Ma tuo papà è due volte il mio?»

oppure:

«Pensa se si arrabbia, farà tremare le pareti».

E poi c’erano le oche della classe, che sorridevano troppo. Forse conoscevano la storia della prostituta e del prete. I segreti tengono, ma il tempo li scioglie, li consuma, finché non viaggiano liberi.

Don Nicola aveva raccontato la storia anche a mia madre, e a metà del quartiere. Per questo i suoi gliel’avevano detta per primi: per evitare che la sapesse da altri.

Gloria è cresciuta con tanto amore. Aveva due genitori adottivi splendidi, dei quali parlava sempre bene. Credo che, anche grazie a loro, quelle domande si siano dissolte: non avevano più ragione di esistere.

Lei, a differenza di me, non veniva mai rimproverata. Né dalla maestra né, anni dopo, dai professori.

Il motivo? Era sempre la migliore.

Al liceo linguistico, però, al terzo anno si era stufata. Studiava solo ciò che la incuriosiva.

Voleva viaggiare per il mondo. Io, invece, iniziavo a sognare di diventare infermiera.

Oggi ho un negozio di abbigliamento con mia cugina. Gloria, invece, è sempre stata più decisa, più caparbia. Lei sarà da qualche parte del mondo, ne sono sicura.

Una volta mi innamorai follemente di un ragazzo. Uscimmo insieme qualche mese, poi mi lasciò. Fu l’unica volta in cui persi peso: non mangiavo, non uscivo.

Un sabato Gloria entrò in casa mia, non vide i miei e mi urlò:

«Alessandro lo volevi tutto per te, lo capisco. Ma lui pensa a divertirsi, a fare tante esperienze. È inutile sbattere la testa contro il cemento. Vestiti e usciamo. Altrimenti la testa te la sbatto io, così vediamo se dentro c’è qualcosa.»

Poi mi abbracciò forte, con quel corpo tutto ossa che stringeva più di un laccio.

Mi asciugai le lacrime, mi vestii e di quel ragazzo non parlai mai più.

Ero migliore al suo fianco.

Peccato che i suoi genitori, per lavoro, decisero di trasferirsi in Svizzera, dove il fratello di suo padre aveva un’azienda di sistemi d’allarme.

Io la immagino con uno zaino in spalla e una macchina fotografica al collo, i capelli lunghi sciolti sulle spalle. Perché così sono le cose entusiasmanti: libere e leggere.

Mi diceva che ero bella, e quando lo sentivo da lei mi sembrava di indossare la bellezza. Era solo affetto, ma mi ha permesso di camminare a testa alta.

Ho sempre pensato che la sicurezza che Gloria mi ha trasmesso sia ciò che mi ha permesso di diventare la donna che sono: abbastanza sicura di me, con lo sguardo rivolto avanti.

Bella non sono mai stata. Interessante, forse. Porto sempre gli occhiali, perché senza non vedo, e sono ancora parecchio tonda.

Gloria diceva:

«Tu sei morbida, io ho le ossa sporgenti. Siamo lo yin e lo yang.»

A volte ho pensato di andare a Ginevra a cercarla. Poi mi arrabbiavo e mi dicevo:

“Sei una scema. Quella non ti ha mai scritto. Tu almeno una decina  di lettere, poi hai rinunciato”.

L’ultimo giorno che ci siamo viste mi disse:

«Nadia, guarda avanti. E non girarti mai indietro.»

I suoi occhi erano così tristi che mi sembrò di bere caffè con il sale.

Mi stava avvisando. Sono io che non ho voluto capire.

Lei aveva imparato a liberarsi di ciò che faceva troppo male. Io no.

Oggi è il suo compleanno.

Fa trentatré anni. Come me.

Ho pubblicato una foto di noi due sul motorino, i capelli al vento e il futuro che non faceva paura.

Ho scritto:

“Gloria era un’estensione di me: con lei diventavo migliore, più dritta, più viva. Accanto a lei ho imparato  a guardarmi con gli occhi giusti.”

Poi ho appoggiato il telefono sul tavolo e sono rimasta ad aspettare.

Non una risposta precisa — Gloria non è mai stata una da certezze — ma un segno qualsiasi.

Forse vedrà quella foto da qualche parte del mondo, riconoscerà il mio occhio storto accanto al suo sorriso magnetico, e si emozionerà.

E se non succederà oggi, succederà un altro giorno.

Io continuo a guardare avanti, come mi ha insegnato lei.

Ma ogni tanto lo sguardo mi cade indietro.

È concesso fermarsi un attimo.

È concesso anche a te, Gloria.

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