cultura

L’attesa – un racconto di Benedetta Bindi

«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese»(Lc 12,35)

Era buio.

Correvo lungo la statale che mi riportava a casa, senza più sogni.

Ne avevo avuti di grandi, esplosi come bolle di sapone.

I fari divoravano l’asfalto; la vita stava facendo lo stesso con me.

La delusione brucia quando ciò che si attende non accade, quando ciò che si spera si sottrae. Allora il mondo perde colore e si fa nero: il fuoco consuma tutto. A me aveva ridotto in cenere la speranza.

Mi sentivo sola, ma testarda e orgogliosa com’ero non chiedevo aiuto a nessuno, quando l’auto ha sbandato, a pochi chilometri da casa, su una strada di campagna inghiottita dal silenzio.

Vivo a Formello, alle porte di Roma. Una scelta fatta quando mi hanno trasferita nella nuova sede dell’azienda. Ho una villetta con un piccolo giardino, a quindici minuti d’auto dall’ufficio. Qui il silenzio ha un profumo, e la natura prende il posto del frastuono che un tempo mi svegliava in città.

Appena entrata nella nuova  casa avevo fatto installare, nell’ampio quadrato d’erba, un’altalena e uno scivolo. Erano promesse rivolte al futuro. Nemmeno tre mesi dopo mi sono lasciata con il mio fidanzato; eppure continuavo a immaginare un matrimonio, uno o due figli, una vita condivisa.

Ogni mattina preparavo il caffè e lo bevevo davanti alla finestra della cucina che dà sul giardino. Il seggiolino rosso dell’altalena mi fissava, come a chiedermi: «Per quanto tempo starò solo?»

Provavo un dolore muto, ostinato.

I miei desideri, giorno dopo giorno, hanno iniziato a cadere come zucchero nel caffè, dissolti dal bruciante sentimento della delusione. Questo era il mio stato interiore quando l’auto è uscita di strada. L’airbag si è aperto con un colpo secco. Non ho perso conoscenza, ma il cuore mi è salito in gola, come se volesse fuggire. Intorno a me il buio. Davanti, i fari dell’auto illuminavano il guardrail che seguiva l’ampia curva, quando i miei occhi si sono fermati su una scritta:

Dio c’è.”

Sono scoppiata in un pianto irrefrenabile.

Mi ero salvata.

Ero viva, non ero sola!

Da quel giorno non ho più pensato a Luca, il mio ex, partito per il Canada per uno stage di lavoro e mai più tornato.

Sul lavoro non ho più vissuto ogni giorno nell’attesa che il mio capo mi concedesse la promozione che desideravo. Quando è  arrivata pensavo ad altro!

Oggi guardo gli occhi neri e profondi di mio marito, sprigionare una gioia che il suo cuore fatica a contenere. Aurelio indossa un camice verde, le sovrascarpe celesti. Tra le braccia tiene nostro figlio Francesco, appena nato.

Ora comprendo, finalmente, che Dio non mi aveva tolto nulla.

Mi stava educando all’attesa.

Mi stava insegnando a fidarmi del tempo.

E a restare con la lampada accesa.

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