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Andromaca – per il Decennale – reading

ANDROMACA

ANDROMACA È UNA DONNA APPARENTEMENTE CONSUMATA DAL DOLORE. HA IL VOLTO STANCO, GLI OCCHI A TAL PUNTO AFFATICATI, CHE PERFINO LE LUCI DI SCENA LE DANNO FASTIDIO. VESTE DI SCURO, IN MODO SEMPLICE, NON PER QUESTO PERÒ HA PERSO IL FASCINO DI UN TEMPO. SOTTO LA SUA SOFFERENZA, EMERGE INTATTA LA VOGLIA DI VIVERE E IL DESIDERIO D’ESSERE AMATA

ANDROMACA: Lo so, non metto molta allegria… Eppure vi giuro che c’è stato un tempo in cui sono stata felice… Quando ero piccola… sapete io sono di Tebe… mi arrampicavo su, su fino in cima al nostro palazzo… e da una finestrella della torre… incosciente che ero… mi calavo sul tetto… (SI SIEDE) mi rannicchiavo così e trattenevo il fiato per non fare rumore… (SI RANNICCHIA) le tegole erano calde e negli incavi ospitavano alcuni nidi… le rondini volavano tutto intorno e cinguettavano… e da lontano si vedeva il mare… (SOSPIRA) Se ripenso a quella bambina così felice, così spensierata… mi sembra impossibile d’essere io… È proprio vero che i ricordi ce li mandano gli dei per prendersi gioco di noi… C’è un episodio in particolare, che appena mi torna in mente, il cuore mi batte forte e mi sento così confusa… che alla fine non so se ridere o piangere… mi vedo Ettore qui davanti, come quel giorno… così reale, che mi pare che mi stringa le mani, guardandomi negli occhi… (RITRAE LE MANI) “Via, queste non sono cose che si dicono a una signorina!” (SI DIVINCOLA) “State al posto vostro soldato e badate… che io so essere anche violenta… vi mollo un ceffone, che ve lo ricordate per tutta la vita!… Ora che fate piangete? …No, che non mi siete indifferente… Però bisogna fare le cose a modo…” (SOSPIRA) E le facemmo… Ettore mi amava di un amore profondo, sincero e spontaneo, mi era padre, fratello, figlio e soprattutto marito, e io quando mi abbracciava mi sentivo la più fortunata delle donne… mi pareva che niente e nessuno potesse turbare la nostra felicità… (IMPROVVISMANTE TRISTE) Come mi sbagliavo… (SI RIPRENDE) Dal nostro amore così spensierato nacque lui… Astianatte… Ah lo aveste visto… (LO CULLA) quando lo cullavo allungava le manine e mi stringeva il viso… (CANTA) “Fai la ninna, fa la nanna… piccolino della mamma” (SORRIDE) Macché, Astianatte non dormiva mai, scalciava, piangeva, agitava i piedini e le manine… insomma non stava fermo un attimo… Mio marito allora lo prendeva in braccio… e Astianatte puntualmente gli faceva la pipì su una spalla… (RIDE) Per questo Ettore lo aveva soprannominato Scamandro, come il fiume di Troia, e diceva che nostro figlio era incontinente come un corso d’acqua… (IMPROVVISAMENTE TRISTE) Chi l’avrebbe mai detto che la fine di tutto si sarebbe presentata così… nei panni di una donna… una donna esile, elegante, con il viso di una ninfa… Elena la chiamavano tutti… ma il suo vero nome era Rovina!…   

   No, non ce l’ho con lei… la verità è che la nostra felicità è appesa a un filo e quando gli dei decidono di reciderlo non c’è nulla da fare… non bastano a difenderti le possenti mura di Ilio… le ricchezze di Priamo e neppure la forza di Ettore… e così, con la scusa di Elena, migliaia di greci si riversarono qui… famelici, crudeli e spietati come cani selvatici. Dapprima attaccarono i nostri alleati… e la mia povera Tebe fu rasa al suolo… mio padre e i miei fratelli morirono per mano sua… l’indomabile, l’invincibile, l’inarrestabile… (CON DISPREZZO) Achille, l’eroe… cosa ci sia di eroico nel distruggere la vita, lo sanno solo gli dei… Anche lui, soprattutto lui, dovrei odiare… Achille… l’uomo che dopo aver distrutto la mia famiglia si è preso il mio Ettore… proprio davanti ai miei occhi (GRIDA) “Corri! Corri!” gridavo da sopra le mura “Fuggi via! L’onore non esiste, esiste solo la vita!” …Ma Ettore orgoglioso, si fermò, sguainando la spada… è incredibile come la vita possa lasciare il nostro corpo in un solo istante… mio marito era più forte della colonna di un tempio, eppure è bastato un solo colpo… e di Ettore non è rimasto più nulla… soltanto il ricordo e qualche leggenda… (SOSPIRA) Ma in fondo Achille era solo un guerriero… proprio come mio marito…

   Mi ricordo che un giorno, la battaglia imperversava più furiosa che mai, Ettore tornò in città per fare un sacrificio agli dei, allora io gli corsi incontro: “Resta qui, amore, non uscire… combatti in città, qui c’è più bisogno di te… se muore Ettore chi difenderà Troia?” Poi sollevai il bambino (LO SOLLEVA): “Guarda, guarda, il tuo Astianatte… prendilo in braccio… (SORRIDE) Che fai? Togliti l’elmo, così lo spaventi!” Ettore strinse me e Astianatte in un unico abbraccio, ricordo ancora il metallo gelido della sua armatura… poi disse: “I guerrieri muoiono, amore mio, si uccidono l’un l’altro… non è la mia morte che devi temere, né devi provare paura per quell’uomo lì” Mi indicò in lontananza Achille, che combatteva ai piedi delle mura… “le braccia di un guerriero per quanto possenti non possono far cadere le mura di una città…” A quel punto mi fece notare un uomo piuttosto basso, dai capelli folti: “Quelli come lui, invece, sono in grado di distruggere un regno, il suo nome è Ulisse, non dimenticarlo!” …e chi potrebbe…

   Proprio come aveva previsto il mio Ettore, la guerra sarebbe potuta durare ancora mille anni… e le mura di Troia starebbero ancora in piedi se Ulisse – che sia maledetto! – non avesse convinto i suoi a nascondersi nel ventre di un cavallo sacro… e mentre i nostri dormivano, dopo essersi dati ai festeggiamenti e al vino, ordinò ai suoi di uscire, compiendo una strage… I greci non ebbero pietà di niente e di nessuno… quello che non avevano potuto in dieci anni… se lo presero in una notte sola… tutti i maschi di Troia furono uccisi… fuoco, sangue, grida, fumo… un fumo che prendeva la gola (TOSSISCE, SI PIEGA) “Aiuto! Dove ci portate, fermi! Fermi!” Ci strapparono dal letto, noi donne, e ci raccolsero tutte nella piazza… qualcuno, però, non resistette alla tentazione e volle cogliere subito qualche primizia, sotto i nostri occhi terrorizzati… poi con le spade sguainate ci divisero in gruppi, ammucchiandoci come animali, raccolsero alla rinfusa alcuni oggetti: arazzi, tappeti, gioielli e li lanciarono accanto a noi… eravamo il loro bottino… “Che accade?” ci assegnarono un numero “Ora ci estraggono a sorte…” tremavamo, abbracciandoci tra noi… (SI SIEDE RANNOCCHIANDOSI) Non esistevano più serve, nobili, regine e padrone… eravamo tutte schiave… il peggio però doveva ancora venire… (SI DISPERA) Maledetta me… avessi abbassato il capo… nascondendo il mio viso e  trattenendo il respiro, come un tempo su quella torre… Ma io no, io volevo guardare negli occhi quegli assassini… con disprezzo, con orgoglio, con fierezza… “Donna!” fece ad un certo punto un soldato “chi sei tu, che osi sfidarci?” Mi alzai in piedi, fiera: (SI ALZA IN PIEDI) “Io sono Andromaca, la moglie di Ettore! E voi siete…” Non feci in tempo a finire, che un altro soldato gridò “Allora quello lì è Astianatte!” “Venite! Correte! Abbiamo trovato il figlio di Ettore!” Intorno a me si creò un capannello di uomini “Ricordate che cosa ha detto Ulisse?” …di nuovo quel nome… “I figli dei principi troiani, cresciuti nell’odio, tenteranno un giorno di vendicarsi”… in tre si avventarono su di me… “Fermi!” gridavo disperata “Che qualcuno mi aiuti!” Ma nessuno poteva aiutarmi… mi strapparono Astianatte dalle braccia… “È un bambino, vi scongiuro, è un bambino!” “Uccidiamolo!” “Gettiamolo dalla torre!” “…che male può fare un bambino!” I soldati se lo passavano l’un l’altro… Astianatte piangeva, scalciava… e poi… poi qualcuno lo lasciò cadere di sotto… e con lui è morta anche la mia anima. (ANDROMACA CHIUDE GLI OCCHI E ABBASSA IL CAPO)        

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