Decennale – Lisa Zuccarini a Nomadelfia
Parto dalle basi. Cioè dalla definizione della parola comunicare secondo il dizionario Garzanti: comunicare, verbo transitivo, essere in rapporto con qualcuno, condividere idee, sentimenti profondi, essere in collegamento, in contatto.
Riassumo in quattro parole: comunicare è tanta roba.
E forse, dico forse, nell’epoca della comunicazione a tutte le ore, fast and furious, supportata da schermi suoni e immagini ovunquemente, noi il lusso di comunicare davvero, non ce l’abbiamo più.
Diciamo che siamo scesi a un compromesso, come quando vuoi bere un buon caffè, ma non hai la macchinetta espresso, e ti accontenti di quello in polvere da sciogliere nell’acqua calda, autoconvincendoti che è buono perché lo dice la pubblicità.
Ci stiamo accontentando della comunicazione liofilizzata, quella disidratata, che manca degli elementi di contatto fondamentali perché una comunicazione possa dirsi tale, e quindi vera: elementi di contatto come guardarsi negli occhi, ascoltare le parole dell’altro con calma, leggergli in faccia tutte le rughe d’espressione, cogliere le intonazioni della voce le pause le esitazioni. Avere il tempo di dire “come stai?” e soprattutto avere il tempo di ascoltare la risposta, una risposta a cui non basta l’orecchio per poterla capire.
Pensate, il nostro cervello impiega un terzo di secondo per cogliere l’espressione, il tono di voce, la mimica di una persona che ci sta davanti, e verificare se tutto ciò sia coerente con lo stato d’animo che comunica a parole, o se ci sia dell’altro, il famoso non detto.
Un terzo di secondo, guardate, è pochissimo, tutti noi abbiamo un terzo di secondo da dedicare all’altro. Solo che per poter funzionare, questo contatto, questo collegamento profondo che si realizza in meno di un secondo, ci vuole un fatto semplice: bisogna essere davvero con l’altro, mettere da parte tutto il resto, fermare il tempo e non stare a contarli, i secondi.
Ecco dove sta l’inciampo serio, dove si forma l’attrito che non rende fluida la comunicazione di nessuno, tantomeno delle madri, in quest’epoca storica fluida solo per chi se lo può permettere: non c’è tempo.
Siamo tutti di fretta, madri comprese. Abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci ascolti, per condividere ansie e sentimenti, per sentirci guardati, ma siamo noi stessi di fretta, in mezzo a gente che va di fretta. Un gran bel problema.
È come pretendere di beccare la coincidenza di trenitalia saltando da un treno in corsa per agganciare un altro treno, in corsa pure lui, quindi se ti va bene ti rompi qualcosa, se ti va male t’ammazzi, ma di sicuro la volta dopo non ci provi con lo stesso slancio, cominci a calcolare con molta più prudenza se sia il caso oppure no, e alla fine magari rinunci. Perlomeno ci rinunci fino a quando non rallenti tu, o non incroci qualcuno che abbia rallentato sul serio, al punto da farti venire voglia di provarci di nuovo, a fare quel salto coraggioso.
Perché in effetti condividere se stessi, soprattutto le parti meno lisce fatte di paure e incongruenza, richiede coraggio, oltre che tempo, il coraggio di rischiare che l’altro non capisca, o non sappia, o non voglia quel contatto profondo che cerchiamo nella comunicazione.
E allora mi spiego pure perché negli ultimi giorni i mezzi di comunicazione di massa banchettino (sì banchettano proprio, perché a loro piace tanto la comunicazione carnivora, quella che scavicchia il dolore) i mass media dico banchettano su due drammi, guarda caso di due madri.
La prima, di cui non sappiamo quasi nulla, una settimana fa ha scelto di separarsi dal figlio che ama, preferendo affidarlo a chi se ne possa occupare, arrivando a decidere di lacerarsi l’anima piuttosto che pretendere ascolto a tempo dovuto. Semplicemente, ha rinunciato, e anche se non so nulla di lei la capisco a prescindere: questo è un tempo difficile per le madri che hanno un tetto sulla testa un reddito decente e una discreta rete sociale, figuriamoci per quelle povere donne che partono col livello difficoltà avanzato, con fragilità importanti, con inadeguatezze con zero appeal sociale.
Poi c’è quella seconda donna, di cui sappiamo il nome, Anna, e sappiamo il nome dei suoi tre figli. Lei anche, sulla falsa riga dell’altra donna, ha rinunciato a comunicare la profondità del suo stato d’animo, o forse ci ha provato ma senza essere accolta nelle sue paure.
Eh sì, perché le mamme hanno paure socialmente inaccettabili.
Senza voler generalizzare, ma di sicuro molte mamme hanno paura di essere inadeguate.
E come dar loro torto?
Siete mai stati in un negozio per la prima infanzia? Avete mai visto quanti prodotti per la cura del bimbo esistono? Spazzole spazzolini creme unguenti paracolpi paraginocchia parastinchi giochi in fibra di agave, in legno di betulla, in materiali senza petrolati senza ftalati ergonomici anatomici, tutti specifici, tutti essenziali indispensabili per la sopravvivenza del neonato che bisogna pensarci subito, altrimenti gli si blocca la crescita le potenzialità e l’ambizione necessaria per proiettarlo verso una fruttuosa laurea in giurisprudenza, per dirne una.
Oppure, consideriamo un attimo come i social comunicano l’idea epica della maternità. Avete presente le influencer sui social, quelle che dal momento in cui restano incinte spiegano come rimanere in forma e serene prima durante e dopo la gravidanza, e due giorni dopo il parto si fanno il selfie con il top sottomammario mostrandosi prive di qualsiasi ombra di lardo sovraddominale nemmeno avessero partorito da un orecchio? Mi spiegate come fa una madre normodotata, con le ciccette che ballonzolano, a competere con esempi di maternità così mitologici?
E però. Bisogna anche raccontare le eccezioni. Perché ogni tanto per sbaglio capita che salga agli onori della cronaca una donna dello spettacolo, di successo, famosa, che davanti alla poliedrica e delicata avventura della maternità ammetta cose del tipo: per crescere mio figlio ho dovuto rivedere le mie priorità, senza mio marito non ce l’avrei fatta, abbiamo affrontato delle difficoltà importanti, ma la maternità è un viaggio che rifarei. Ecco, quando una donna mostra di aver spostato il baricentro dell’esistenza dalla corsa verso il successo al benessere familiare, non è che i social media la bannano, ma quasi. Pare che la comunicazione massiva voglia portarci a dire: a noi di una madre che si impegni con fatica a essere tale, e che trovi nell’esperienza della maternità una via complessa ma che vale la pena vivere, frega nulla.
Quindi a grandi linee la comunicazione mass mediatica o social ci racconta la donna divisa su due fronti: quello del dramma esistenziale, o quello della donna imperturbabile che ha un figlio ma in scioltezza, tipo un’annessione indolore.
Invece c’è la terza via, quella che personalmente preferisco, e di cui amo scrivere: la maternità che affatica, che affloscia i glutei rimodella le sinapsi e ribalta le priorità, ma allarga il cuore e ci fa uscire fuori dalla zona confort, per amore a un amore più grande. Solo che questo si può fare se le madri non vengono lasciate sole.
E credo alla fine che ci sia bisogno di ricordarci questo, semplicemente:
Le madri amano, ma hanno anche bisogno di essere amate, soprattutto quando loro stesse perdono di vista il loro valore.
Amare le madri allora è un necessario punto di partenza per amare davvero i figli di questo mondo.
Basta anche solo partire da un “come stai?” e rimanere lì, ad accogliere la risposta, braccia e cuore aperti.


