cultura

Il sapore della lite – un racconto di Benedetta Bindi

Sono cresciuta con mio fratello Cosimo.

Lui, il primogenito, il condottiero, con il ciuffo sempre un po’ spettinato sulla fronte e un sorriso capace di esorcizzare anche la paura.

Io la seconda, esile, timida.

Lui il rosso, io il bianco.

Ogni sua espressione, ogni movimento, ogni sguardo lo conoscevo — forse meglio di mia madre.

È stata lei a decidere, quando Cosimo ha compiuto tredici anni, che era arrivato il momento di dividerci di stanza.

Per settimane la casa è stata un via vai di muratori: polvere, secchi, voci, passi. Alla fine avevano ricavato una bella camera dalle ampie vetrate nella veranda.

Il giorno del trasloco, però, Cosimo si è impuntato. Con il muso duro mi ha detto:

«Sloggia te, mocciosa! Mamma chi è per decidere della mia vita?!»

E ha iniziato a lanciarmi addosso tutte le matite che aveva sulla scrivania.

Ricordo la porta aperta, la sagoma di nostro padre sulla soglia, e poi il suono secco della sberla.

Cosimo non ha fatto una piega. Come sempre, gli si sono solo arrossati gli occhi. Sulla guancia gli è rimasta impressa la mano grande di mio padre, come un sole a cinque raggi , il segno di chi comandava.

Dal canto suo, nostro padre faticava a riprendersi dai suoi scatti d’ira. Quando colpiva troppo forte mio fratello, andava a stendersi sul letto, come svuotato.

Allora nostra madre urlava: «Bravo, guarda cosa hai combinato! Vai a fare la pace!»

Mia madre era dolcissima, ma quando sceglieva la freddezza sapeva ferire più di mille parole. Ti faceva sentire di troppo. Con Cosimo passava anche giorni senza rivolgergli la parola.

Io pregavo spesso che lui si comportasse bene, ma più cresceva, più diventava caparbio e irascibile. Io ero calma, sì, ma troppo sensibile. Vivere con un leone in casa non era facile: temevo ogni suo cambio d’umore, come fossi la gazzella.

Ogni suo gesto era motivo di apprensione, ogni parola di troppo una scintilla pronta ad accendere una lite, soprattutto con nostro padre.

Eppure… era bellissimo vedere come finivano, a volte.

La loro riconciliazione aveva il passo lento delle cose antiche.

Cosimo si avvicinava piano, quasi in punta di piedi, come un animale selvatico che conosce il momento giusto per non fare rumore. Andava verso la camera da letto, dove babbo — così lo chiamavamo — si ritirava dopo ogni scatto d’ira.

Non entrava subito.

Restava sulla soglia, con lo sguardo basso, cercando un punto qualsiasi: un angolo della trapunta, una piega del lenzuolo, come se lì dentro fosse nascosta la parola giusta che non riusciva a dire.

Io rimanevo poco più indietro, trattenendo il fiato.

C’era sempre un silenzio particolare in quei momenti. Un silenzio pieno, caldo, che sapeva di qualcosa di non detto che però esisteva.

Poi nostro padre sollevava la mano. Non più per colpire, ma piano, come si fa quando si chiede scusa senza dirlo.

Cosimo la prendeva, senza slancio, quasi con cautela.

E allora succedeva quello che ogni volta desideravo: nostro padre lo attirava a sé, e Cosimo si lasciava andare.

Si abbracciavano stretti, senza una parola. Solo il rumore dei respiri, il peso dei corpi, e quella pace improvvisa che avrei voluto restasse sempre a casa mia.

Erano abbracci solenni, pieni di tutto quello che non sapevano dirsi.

Uscivano da quella stanza sempre un po’ più leggeri, anche se con gli occhi lucidi.

Oggi ho un figlio, Massimo.

Assomiglia di carattere più allo zio che a suo padre.

Ieri sera hanno litigato ferocemente.

Ma io ero serena.

Perché ormai sapevo come andava a finire.

E in fondo, mentre li ascoltavo da lontano, mi sembrava quasi di sentire ancora quel silenzio pieno… e il rumore lieve di un abbraccio che rimette tutto a posto.

Poco dopo erano insieme sul divano a vedere la partita, con gli occhi appena lucidi. Bellissimi.

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