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E pensare che volevo solo una pizza – di Benedetta Bindi

Ero la pecora nera della famiglia. Giorgio e Fabio, i miei fratelli: i gemelli perfetti — educati, obbedienti, primi della classe.

Poi c’ero io: Emanuela. L’irrequieta, la ribelle, quella bocciata al quarto anno di liceo scientifico… ufficialmente perché non studiavo.

In realtà perché mi ero innamorata di uno con la macchina.

Un figlio di papà più sbandato di me, che non studiava né lavorava e che, invece di accompagnarmi a scuola, mi diceva:

«Perché non andiamo a vedere il mare?»

E tra i banchi e la spiaggia era facile scegliere.

All’epoca non c’erano registri elettronici: bastava falsificare una firma e il mondo restava tranquillo. Io un po’ meno, ma quello lo capii dopo.

Fu proprio durante il mio anno da ripetente che Marzia mi trascinò a un incontro in chiesa.

La sala era gremita. Io avevo il broncio: due ore di noia assicurata.

«Poi ti prometto che andiamo al Buchetto a mangiare la pizza che ti piace tanto. Fidati, questo nuovo parroco è bravissimo… e anche carino

«Perfetto. Mi mancava solo di innamorarmi di un prete, così chiudo la collezione degli uomini sbagliati

E non era neanche una battuta così esagerata. Cercavo il principe azzurro e trovavo sempre qualcuno che aveva perso il cavallo… o la testa. L’ultimo era un bassista che amava più la sua chitarra che me, e mi aveva spezzato il cuore. 

Accettai. Più per la pizza che per la salvezza dell’anima, e anche perché Marzia era la mia ancora quando mi perdevo nel mare.

Ci sedemmo su delle poltroncine rosse di plastica, scomode come certe scelte che fai sapendo già come andranno a finire.

Quando Don Claudio entrò, calò il silenzio: uno di quelli che ti prendono di sorpresa.

Era esile, quasi fragile a guardarlo. Ma aveva un’energia che riempiva la stanza, come se le parole gli passassero attraverso invece di uscire semplicemente dalla bocca.

«La vita è come un libro di cui leggiamo un capitolo alla volta. Non sappiamo come sarà il successivo… ed è proprio questo il bello

Io, i capitoli, li avevo sempre saltati. Andavo direttamente alle scene che mi facevano sentire viva — o almeno così credevo.

«Nella vita arrivano onde che non possiamo evitare. Dobbiamo imparare a surfare

E io, più che surfare, avevo sempre bevuto acqua.

Poi raccontò del buco. Cammini, cadi. Non è colpa tua. Ne esci. Cammini, ricadi. Ancora non è colpa tua. Poi ricadi di nuovo… e inizi a capire che forse, quel buco, lo conosci fin troppo bene. Fino a quando lo vedi. E cambi strada.

Quelle parole mi si incastrarono dentro. Non come un’illuminazione — non ero tipo da illuminazioni — ma come un sassolino nella scarpa: piccolo, fastidioso, impossibile da ignorare.

A fine incontro ci spostammo nell’oratorio. Tavoli pieni di cibo, gente che parlava, bambini che correvano.

Dissi a Marzia che il Buchetto poteva aspettare.

«Ti sei innamorata?» mi disse.

«Del prete no. Di quello che dice… forse sì.»

E quella risposta, detta ridendo, era già più seria di quanto volessi ammettere.

È così che ho conosciuto Don Claudio. Non mi ha cambiato la vita con una frase. Non è successo niente di spettacolare. Ho continuato a sbagliare, eh. Solo… un po’ meno alla cieca. Ho iniziato a riconoscere i buchi. E, ogni tanto, a evitarli.

All’inizio sembrava una cosa da niente. Poi ho capito anche grazie a lui, che per anni non era che non li vedessi, i buchi. È che ci tornavo. Perché erano familiari.

E il familiare, anche quando ti fa male, ha sempre un modo strano di sembrarti casa.

Domani festeggeremo i suoi quindici anni in parrocchia.

E il 23 maggio… sarà lui a celebrare il mio matrimonio.

Non mi sono innamorata di un prete, alla fine.

Che già, considerando i miei precedenti, è stato  un progresso notevole.

E pensare che ero uscita di casa solo per una pizza!

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