Beatrice Fazi presta la voce a Gaza in uno spettacolo tra i ruderi dell’Appia Antica
Raccontare lo spettacolo a cui ho assistito domenica sera non è facile e, mentre sono seduto alla scrivania che riordino i pensieri, mi viene la pelle d’oca. Forse dovrei affidarmi al metodo tradizionale del bravo giornalista… quello delle cinque W. Ma è più forte di me, proprio non ci riesco. Il “Quando” è facile da dire, anzi l’ho già detto, è stato domenica sera. Il “Cosa” è uno spettacolo teatrale interpretato da Beatrice Fazi… ma il “Dove” si confonde con il “Chi” e scade rapidissimamente verso il “Perché”. In effetti il nostro “Dove-chi-perché” si riferisce ad una comunità religiosa che si chiama “E poi?”, segue il carisma di San Filippo Neri e si trova nel bel mezzo del Parco dell’Appia Antica alle spalle della Tomba di Cecilia Metella… domanda: come fa la Fazi a esibirsi sempre in posti così suggestivi?…
Ma torniamo alla comunità “E poi”, che ha sede a Roma in via Capo di Bove 27 e che, come molti dei curiosi convenuti ieri sera per lo spettacolo, ho conosciuto grazie alla presentazione di Don Gabriele: un giovane prete alto, dal bel portamento e con il viso molto simpatico… ma che, diciamolo francamente, ha litigato con il colletto della camicia. Al punto che, a quanto mi si dice, lo porta sempre sbottonato.
– Non siamo mica qui gratis, lo sapete? – sorride, indicando una cassettina, ricavata da una scatola di scarpe – lì potete mettere “liberamente” – e calca la voce su “liberamente” – la vostra offerta… – l’offerta in realtà è libera davvero, c’è chi dona cinquanta centesimi, chi un euro, chi venti, chi fischiettando fischiettando va via con le mani in tasca e non dà niente. Taccagno! E dire che si tratta di una buona causa, anzi ottima. Bisogna raccogliere i fondi per finanziare il doposcuola di alcuni ragazzi seguiti dalla comunità.
– La cosa più bella – continua il don – è che terremo il doposcuola in una RSA, in modo da favorire il rapporto tra bambini e anziani.
Mentre il don parla, il sole si avvia al tramonto, il clima è stranamente fresco e chi vuole può ammirare, passeggiando tra i filari di un roseto, una mostra dedicata ad alcuni disegni fatti dai bambini di Gaza. Le immagini riproducono per lo più scene di guerra. La distruzione trasfigurata dagli occhi dei bambini acquista suo malgrado qualcosa di magico, rendendo ancora più assurda e insensata la tragedia della guerra. Nel frattempo due studentesse suonano la chitarra, dei bambini giocano in lontananza con una palla ed un gruppo di mamme presidia la cassetta delle offerte, offrendo un aperitivo a chi lo desidera. Sembra una festa dei boy scout… domanda: come fa la Fazi a essere sempre così professionale eppure così umile?…
Insomma tutto lascia intendere che sarà una tipica serata romana di inizio estate, quando perfino il sole si muove lemme lemme e se la passa così bene tra i pini, i ruderi e i campetti di terra che non vuole sapere di andarsene oltre l’orizzonte. All’improvviso, però, la quiete è rotta da una musica mediorientale, che sembra fuoriuscire dalla terra come fosse un lamento. Beatrice avanza in scena con il suo corpo asciutto, avvolta dal nero. Al polso, però, porta legata una fasciatura bianca. Bianca come i sudari di Gaza. Si avvicina al microfono, inizia a parlare e la sua voce da subito diventa la voce di Gaza. È un vero prodigio. Perché Gaza è una striscia di terra e la terra purtroppo non parla. Perché Gaza è una città di macerie e le macerie, ahimè, sono mute. Perché Gaza è dolore e vergogna, la vergogna di un genocidio che non abbiamo il coraggio di nominare… perché Gaza è un sudario, che avvolge migliaia di morti… e anche i morti, soprattutto i morti, non hanno voce. C’è bisogno, dunque, che qualcuno la voce gliela presti. Non una voce qualsiasi, ma una voce che abbia la forza e la delicatezza della preghiera, che sia capace di scandire ad una ad una le parole, facendole entrare diritte nel cuore. Una voce antica che proviene chissà da dove, ma che pure senti familiare e vicina, perché ha in sé la roccia greca, le macerie di Gaza e i ruderi di Roma. Una voce insomma come quella di Beatrice Fazi… a cui possiamo solo dire: grazie Beatrice per aver condiviso con noi un’emozione così grande!
Per concludere alcune informazioni, che in realtà avrei dovuto dare all’inizio: lo spettacolo interpretato da Beatrice Fazi si intitola “Gaza. Prima del silenzio”, è stato scritto da Francesco D’Alfonso, che per realizzare la sua opera si è ispirato al testo: Sudari, in cui la giornalista Paola Caridi ha trascritto alcune testimonianze raccolte personalmente a Gaza.
Paolo Velonà




