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La mia colpa – un racconto di Benedetta Bindi

Mi portavo dentro una colpa che mi bruciava l’anima. Eh sì, avevo tradito un caro amico… per far carriera. Gli avevo sottratto dei documenti, le sue ricerche. Ci avevo lavorato per mesi come se fossero mie.

Alla fine avevo presentato tutto al mio capo. E siccome ero andato molto più avanti di lui, ero stato promosso io. Da collega… ero diventato il suo superiore. Ma tutto questo, grazie al suo lavoro.

Sono passati vent’anni. Lui ha lasciato l’azienda ormai da tempo. Io ho fatto strada, ho guadagnato bene, ho una bella famiglia, due figli, una moglie che mi ama. Sono anche un buon padre, credo. Ma ogni volta che entravo in chiesa, non riuscivo a stare davanti al Signore. Mi vergognavo. Sapevo di non essere pulito.

Poi un giorno, Don Giorgio mi ha cambiato la vita.

Era una mattina d’estate, fresca, le otto e trenta. Solo con lui ho trovato il coraggio di svuotare il cuore. Gli ho raccontato tutto: la mia colpa, quel peccato che da vent’anni mi tornava a trovare ogni tanto di notte, togliendomi il sonno.

Lui è rimasto in silenzio per un attimo. Poi mi ha ricordato un passo del Vangelo: quando Gesù mangia con i peccatori, e i farisei si scandalizzano. Mi ha chiesto:

— Lo ricordi, Davide?

— Sì, — ho detto, con la voce tremante. Dentro il confessionale, una grata sottile ci separava. Sentivo l’aria fresca, ma avevo la testa leggera, come se avessi preso un colpo di calore. Era la verità che mi svuotava, finalmente.

Don Giorgio ha proseguito:

— Gesù rispose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia voglio, e non sacrifici. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. Vedi, Davide, non c’è vergogna nell’essere fragili. La vera vergogna è far finta di stare bene quando dentro stai male. Tu sei qui, a cuore aperto. Sei entrato nella casa del Signore. Non importa il passato: sei venuto da Colui che può guarirti.

Ho abbassato lo sguardo. Gli ho confessato che ogni volta che entravo in chiesa, scappavo dopo pochi minuti. Accompagnavo mia moglie, ma poi trovavo sempre una scusa per andare via. Mi sentivo sporco, inadeguato.

Don Giorgio, mi ha guardato come un padre guarda un figlio impaurito:

— Gesù non è venuto a cercare chi si crede giusto. È venuto per noi, quelli che hanno fame di luce. Il senso di colpa o ti allontana da Dio… oppure ti spinge tra le sue braccia. La misericordia di Dio è più grande del nostro peccato. E sai una cosa? Lui non si stanca mai di perdonarci. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono.

A quel punto avevo il viso bagnato di lacrime, sudato ma sorridente. Era come se, dopo anni, respirassi davvero.

— Grazie, — ho sussurrato.

E lui, con la stessa calma di chi sa che Dio agisce davvero, mi ha detto:

— Gesù ora ti chiede solo questo: un cuore sincero. Un cuore che si lascia amare anche quando non si sente degno. Quando sbagli, non restare solo con il tuo rimorso. Torna a Lui. Non vuole la tua perfezione… vuole te.

Quando sono uscito dal confessionale, ho sentito il bisogno di stringergli la mano. Lui mi ha sorriso e ha detto solo:

— Va’, figliolo… e prega.

Due mesi dopo, ho chiamato il mio vecchio amico. Abbiamo pranzato insieme. Gli ho raccontato tutto, senza scuse. Gli ho chiesto perdono.

Lui ha sorriso, quasi stupito:

— Guarda che quell’azienda non mi è mai piaciuta. Me ne sono andato dopo tre anni. E poi, il grosso del lavoro era tuo. Mi hai tolto poco, davvero. È acqua passata.

Poi abbiamo iniziato a parlare di figli, della pensione, del tempo che ci resta e di come vogliamo spenderlo. Quando gli ho detto che voglio dedicare una parte delle mie giornate alla preghiera, mi ha guardato con aria divertita:

— Oggi mi sorprendi davvero… che fai, ti fai anche prete?

Abbiamo riso. Poi ci siamo abbracciati. E io… mi sono sentito pieno. Pieno di vita, di pace, di Dio. Un’energia così dentro, che non mi sembrava nemmeno possibile.

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