cultura

L’acqua può trasformarsi in vino – un racconto di Benedetta Bindi

Il mio motorino non si vedeva più. Sembrava un banco di frutta del mercato: ricoperto di buste e bustoni da cui fuoriuscivano zucchine, insalata, pesche, meloni… Appesi ovunque, anche al manubrio.

Rimpiangevo il mio quadriciclo elettrico, parcheggiato dal meccanico per colpa di una ruota bucata.

Il motorino “Ciao” di mio marito pesava meno della spesa, e stare in equilibrio era un’impresa. Un po’ come nella vita: o trovi il tuo baricentro o finisci gambe all’aria.

Appena ho provato ad accenderlo — perché ovviamente non è un modello moderno, ma un rottame da museo, di quelli che si avviano pedalando  — mi ha chiamato lei.

Tempismo da mamma.

Me la immaginavo la scena: io, sudata, sul trabiccolo, a sbraitare contro Flavio che ancora non è passato a uno scooter elettrico; il telefono che squilla; io che, esasperata, rispondo perché… Giulia è al centro estivo e non si sa mai.

Ma sul display leggo: “La Padrona”.

Soprannome affettuoso dato a mia madre da mio padre, che adesso gioca a tennis con gli angeli. Era il suo sport preferito.

Quando ho comprato il nuovo cellulare, ho salvato il numero di mamma con quel nome. Così, ogni volta che mi chiama, penso anche a lui.

«Pronto?» le rispondo, con il tono isterico di chi sta per mollare tutto. Il motorino non parte, ho i quadricipiti in fiamme, e lei — come sempre — chiama nel momento meno opportuno.

«Che fai?» mi chiede, la stessa domanda che mi ha rivolto due ore fa.

Da quando papà è passato a miglior vita, mi chiama anche sei volte al giorno.

«Mamma, sono in una situazione complicata: il motorino non parte, e sembro un banco di frutta ambulante. Ti richiamo dopo».

Mi tornano in mente le parole di Francesca, la mia amica, unica figlia femmina tra quattro fratelli:

«Amica mia, l’amore di una mamma è come l’olio: se lo usi per cucinare è una benedizione, ma se ti macchia la camicia, è un disastro. Tua madre a quale tipo corrisponde, secondo te?»

Già allora non avevo dubbi. Oggi ancora meno.

Provo di nuovo… e miracolo! Il motorino parte.

Torno a casa. Quando entro in garage, mi sembra di essere rientrata da una traversata oceanica.

Chiamo l’ascensore. Quando si apre, dentro c’è una suora.

«Mi scusi, ho sbagliato a premere: volevo andare al garage

Le dico che probabilmente ho premuto io prima di lei.

Mi racconta che era passata dalla mia vicina, una vecchia signora che ha bisogno di medicazioni. Scopro che è anche infermiera. O meglio: lo era, nella sua vita precedente.

È giovane, bella, e mi sorprende. Chissà a quanto ammonta la sua fede!

 Io, che non ne ho più. 

Le offro un bicchiere d’acqua e un caffè. Suda molto — normale, con 40 gradi e tutti quei veli addosso. Io, in canottiera e pantaloncini, mi sento nuda accanto a lei.

Accetta.

Ci sediamo.

Mi racconta che insegna religione alle medie.

«I ragazzi oggi sembrano idolatrare chiunque si metta in mostra sui social. Viviamo in una società che non è più monoteista, ma politeista. Come l’antica Grecia. Solo che lì almeno si adoravano dei veri, come Poseidone… oggi invece…»

“Eh, che mondo vuoto e cinico “rispondo.

Poi mi guarda seria.

«La fede va coltivata finché c’è tempo. Se ha figli, lo faccia. Mi raccomando

Le dico che ho una bimba, Giulia, ha sei anni, e che ci proverò.

Arrossisco. È una bugia. E lei lo capisce. Lo leggo nei suoi occhi, verdi con striature gialle, che sembrano scrutarmi dentro. È bellissima e trovo uno spreco che abbia rinunciato a vivere. Tanti uomini le sarebbero caduti ai piedi!

Mi tiro su la canotta, che mi cade giù.

Mi vergogno delle mie gambe nude, mentre lei è lì, composta, coperta, dignitosa.

I ragazzi mi domandano se io abbia avuto una grossa delusione amorosa, perché sono troppo giovane per aver scelto di farmi suora! La fede non è rifugio dalla vita, ma apertura senza garanzie,  l’ho scritto anche sulla lavagna un giorno»

La guardo. Mi viene da piangere.

Per come parla. Per l’energia che emana.

Per la pace che mi trasmette.

Perché io vorrei credere come lei, ma non ci riesco più.

«La fede arriva — mi dice — se si crede che l’acqua possa diventare vino. I miracoli succedono se solamente se ci credi

Mi guarda con quello sguardo che va oltre.

Ha capito che la cinica, qui, sono io.

Io che non vado più in chiesa.

Io che  penso che i  miracoli siano superstizioni.

Le suona il telefono.

Devo andare” mi dice.

Mi ringrazia per il caffè. Poi, come niente fosse, mi mette un rosario al collo. Lo teneva in tasca. Rimango basita e prima che possa dirle grazie è già scappata via, volata come un angelo. 

Chiudo la porta.

Ci appoggio le spalle, respiro.

Tocco con le dita quelle palline di vetro rosso che ora ho al collo.

Guardo il mio  bicchiere d’acqua che è rimasto sul tavolo, mi sembra diventare rosso, chiudo gli occhi e faccio una preghiera.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *