Forse un giorno ti chiamerò – un racconto di Benedetta Bindi
I miei occhi nei suoi, fissi. Indagatori.
Era fine maggio. Ero stanca di tutta quella maledetta giornata.
Sedute su due sgabelli di ferro, freddi come il mio cuore, lei era lì, davanti a me.
Laura. La mia amica — o quella che, fino a poche ore prima, pensavo fosse.
L’avevo portata con me al compleanno di Isabella. Siamo andate con la mia auto, nella villa da cartolina dei genitori della mia amica, ai Castelli Romani. La sua famiglia ha una ditta che produce tende da esterno. Appena laureata, Isa ha iniziato ad affiancare sua madre nella contabilità. Persone per bene. Lavoratori.
Eravamo in pochi alla festa, una ventina. Tutti amici di lunga data.
Tranne lei. Tranne Laura.
Era venuta giù per stare con me — una settimana appena, quasi un ritorno al passato.
Perché noi due ci conosciamo da quando siamo bambine. Lei aveva la villa accanto alla mia, a Gaeta. Abbiamo passato tutte le vacanze della nostra infanzia e adolescenza insieme. Poi tutto era finito: un fallimento. La tipografia del padre, amministrata male — così mi aveva detto. Nel giro di pochi mesi, quella casa rosa confetto — che potevo scorgere dal mio giardino — era stata venduta a una coppia di russi.
E ora Laura era cresciuta. Donna, come me. Venticinque anni.
Lei aveva ancora gli stessi occhi di allora: grandi, celesti, inquieti.
Solo che adesso…
Adesso c’era stato un furto, al compleanno di Isabella.
Sette portafogli. Tutti di donne. Tutti svuotati.
E lei era l’unica estranea.
L’unica che nessuno conosceva.
La prima sospettata.
Io la guardavo.
E per la prima volta non riuscivo a leggerle dentro.
Le parole mi salivano in gola, ma restavano lì, in bilico tra il dubbio e il terrore di avere ragione.
Mi sentivo responsabile.
Se fosse stata davvero lei, la ladra… l’avevo portata io in quella villa.
E lei?
Perché mi avrebbe fatto una cosa del genere?
E le sue lunghe telefonate? Quelle in cui mi diceva che ero l’unica persona vera e sincera della sua vita?
Finito il mio gin tonic a stomaco vuoto, dopo un pomeriggio trascorso a parlare con le altre amiche derubate, in preda all’isteria, le ho detto:
— Dimmi la verità, Laura. Sei stata tu a prendere i soldi?
Lei mi ha guardata. I suoi occhi si facevano sempre più lucidi.
E io mi sono ricordata delle onde.
Adoravamo vederle salire, tuffarci dentro e prenderci tutta quella sensazione celestiale di essere vive.
Poi sono iniziate le sue lacrime. Tante. Grosse.
Le cadevano nel gin tonic non ancora finito.
Come meduse, le guardavo nuotare leggere.
— Sto passando un periodo orribile — ha detto. — I miei non riescono più nemmeno a pagarsi le bollette. Da quando Luca mi ha lasciata, vivo in un monolocale fuori Milano, in un quartiere che mi vergogno anche a nominare. Uno schifo. Macchie di muffa sul soffitto, formiche in cucina… Ho dovuto dare alla proprietaria tre mesi di anticipo per quella topaia. Lavoro in un negozio di abbigliamento con una tipa che detesto. E la sera faccio le pulizie in palestra. Ma i soldi non bastano mai. Mia madre non sta bene. Prima di partire ho prenotato una TAC urgente: settecento euro. Sono rimasta senza nulla. In quella villa eravate tutti benestanti, con vite che funzionano. E io…
Sì. L’ho fatto.
Perché non so nemmeno come fare la spesa, quando torno a Milano.
Poi si è presa il viso tra le mani.
Io sono rimasta impassibile.
Perché rubare è un atto mostruoso, e se lo fai alla tua migliore amica è l’abisso.
Non le ho accarezzato la mano. Non l’ho consolata.
Il piede ha iniziato a battermi in modo ritmico. Il tavolo tremava.
Volevo tirarle tutto quello che c’era sopra addosso, urlare, fare una scenata.
Dirle perché non aveva chiesto prima il mio aiuto.
Invece sono rimasta ferma e muta.
Tutto sembrava assurdo.
Lei, che da adolescente aveva solo abiti firmati.
Il “papi” con la Mercedes ultimo modello.
La madre elegante, mentre la mia sembrava un’hippie degli anni Settanta.
Laura, che sognava di fare la pediatra.
Poi aveva lasciato medicina e aperto un negozio d’abbigliamento con un’amica.
Quando ero andata a Milano, non mi ci aveva portato perché era “in ristrutturazione”.
Bugie. Troppe.
La rabbia si è tramuta in parole:
— Laura — le ho detto con voce ferma.
— Dammi tutti i soldi che hai preso.
La mia voce si era fatta roca.
Lei ha sollevato il viso. Il suo volto era una mappa di stanchezza e vergogna.
Le mani le tremavano.
Mi ha dato tutte le banconote, in fretta.
Io le ho contate, una a una. Davanti a lei.
Per punirla. Per dirle, senza parole: «non mi fido più».
Erano cinquecentosessanta euro.
La somma totale dei portafogli.
Isabella non aveva sospettato di quella ragazza milanese, gracile, biondina, dagli occhi chiari, con la quale aveva parlato per gran parte della serata di musica e di cinema. Pensava piuttosto ad Alfredo, l’amico attore mancato, amante del lusso e sempre pieno di debiti.
Anche se il mio sesto senso mi aveva fatto sospettare subito di Laura.
Perché da quando si era stata lasciata dopo tre anni di convivenza dal fidanzato, un rampante avvocato della Milano bene, non mi sembrava tranquilla.
A volte la chiamavo e mi pareva mezza ubriaca.
Ero preoccupata per lei, ma diceva sempre che andava tutto bene.
Siamo tornate a casa.
Ho preso una scatola di velluto verde, ci ho messo dentro una busta con i soldi, e ho scritto un biglietto: «Scusa».
Poi ho infilato tutto in una busta più grande.
Ho chiamato Roberto, il figlio del portiere — quello che mi aiuta con la spesa o a portare fuori il cane.
Gli ho chiesto di consegnarla in via Paisiello, la casa ai Parioli di Isabella, dove di giorno c’è sempre il portiere.
Ho tirato fuori due fogli da venti euro, e lui se n’è andato felice.
La mattina dopo, la busta era nelle mani di Isabella.
E in poche ore, i soldi erano tornati nei portafogli di tutte le derubate.
Me compresa.
Laura è salita sul treno poco dopo.
Aveva con sé il suo zaino di pelle nero e uno sguardo vuoto.
Non ci siamo dette nulla.
Nella tasca dello zaino, le avevo infilato una busta.
Un assegno.
E un biglietto, scritto a notte fonda:
“ Eppure, nonostante la colpa,
nonostante l’urlo che ho ingoiato con il gin,
ti ho voluto bene anche mentre contavo i soldi che avevi rubato.
Metti ordine nella tua vita”.
Qualche settimana fa ho trovato per caso in una vecchia borsa un libro, infilata dentro c’era una vecchia fotografia sbiadita di noi due in costume, sorridenti, con gli occhi pieni di sale e di sogni.
Forse un giorno la chiamerò, solo per dirle che, in fondo, non l’ho mai odiata davvero.


