L’incontro – un racconto di Benedetta Bindi
Maya gira tra le corsie del grande magazzino, pieno di ogni tipo di mobili e oggetti, alla ricerca di una lampada colorata per la camera di suo figlio. Quando ha la certezza di aver trovato quella giusta — un orsetto alto settanta centimetri che, con un telecomando, cambia colore — lo prende dallo scaffale. Felice, si avvicina alla cassa, pensando alla faccia sorridente di suo figlio quando lo vedrà.
In fila sente chiamare il suo nome. Si volta e vede Anna, una sua ex collega di lavoro. Si salutano e decidono di prendere un caffè insieme.
«Maya, che momento… sono preoccupata, tutte queste guerre… ora ci mancava l’attacco all’Iran!»
Maya si sente un po’ in imbarazzo. In quel momento è felice, soddisfatta del suo acquisto. Come se tutta la bruttezza del mondo fosse risucchiata da quell’orsacchiotto blu.
«Sai, quando sono confusa, turbata, vengo in questo grande magazzino. Qui dentro mi sento protetta, come se nulla di male mi potesse succedere, cullata dall’architettura spaziosa e circondata da oggetti ordinati con cura.»
Maya risponde d’istinto:
«È così che mi sento quando sono con Carlo.»
Subito dopo si vergogna e arrossisce. Le sembra banale parlare così di suo marito e aggiunge:
«Credo siano stati gli anni passati all’estero. Si finisce per diventare molto pratici e capaci quando si vive a lungo lontano da amici e famiglia.»
Anna annuisce, con i capelli biondi che le sfiorano il volto. È ancora bella, ma il suo sguardo si è fatto malinconico.
«Lo conosco poco, ma mi è parso subito uno ben piantato a terra. Sei sempre stata fortunata con gli uomini, tu. A differenza di me!»
Poi parlano ancora un po’ di amicizie in comune e si salutano con un: «Vediamoci presto», scambiandosi i numeri di telefono.
Tornando all’auto, Maya pensa a suo fratello Fabrizio, che ha appena concluso una relazione durata dieci anni. Anna, si dice, è bella, seria, profonda: forse la persona giusta per lui. Non come la sua ex fidanzata, che lei ha sempre considerato piuttosto superficiale.
In macchina accende il telegiornale alla radio. Le notizie sono tutt’altro che rassicuranti. Dense nubi sembrano scendere anche dentro di lei, così cambia canale. La musica classica riempie l’abitacolo, ma la sua mente resta inquieta. Si volta a guardare il sedile accanto, dove giace il regalo per suo figlio. Immagina la luce blu accendersi nella penombra della stanza, il bambino disteso nel lettino mentre lei gli legge una favola.
Sorride.
Sorride perché comprende, all’improvviso, che la vita degli uomini scorre su due piani che raramente si incontrano: quello grande, fragoroso, delle guerre e delle paure collettive; e quello silenzioso, ostinato, dei piccoli gesti quotidiani. Eppure è proprio quest’ultimo a sorreggere il primo, come radici invisibili che tengono in piedi un albero scosso dal vento.
Forse Anna tornerà in quel magazzino nei giorni difficili; forse lei e Fabrizio si innamoreranno; forse le notizie del mondo continueranno a inquietare le sere di tutti. Ma quella sera, nella luce azzurra che riempirà la stanza del bambino, ci sarà un ordine semplice e profondo, una tregua silenziosa.
E Maya capisce che la felicità non è l’assenza del male, ma la decisione quieta di custodire il bene, ogni giorno, nelle proprie mani.


